Obama

Le lacrime, non sempre amare, di Barack Obama

Il presidente degli Stati Uniti si commuove durante il discorso alla nazione ricordando le vittime delle armi da fuoco

«Ogni volta che penso a quei venti bambini della scuola elementare Sandy Hook uccisi nel 2012 sono straziato». L’uomo più potente del mondo non riusciva a trattenere le lacrime mentre si rivolgeva al paese con il discorso di inizio anno, quello della stretta sulle armi, forse il più difficile della sua lunga presidenza. Nella East Room della Casa Bianca, il 5 gennaio scorso, Barack Obama ha annunciato il piano per controllare e limitare la vendita delle armi da fuoco in America. Il premio Nobel per la Pace 2009 le ha ricordate una a una, le tante altre sparatorie di massa: Aurora, Newton, Santa Barbara, Charleston, San Bernardino, e interrompendosi spesso per l’emozione ha sottolineato il paradosso di un paese forte e avanzato come l’America, dove per le stragi ogni anno muoiono oltre trentamila americani: «Solo nel nostro Paese si muore così tanto per le armi».

Tra i dieci punti del piano di Obama rilevante è quello che impone a ogni singolo Stato di informare l’FBI sul passato degli individui ritenuti non idonei al possesso di armi, sia per disturbi psichici sia per precedenti di violenza domestica. Così come rilevanti appaiono essere i punti per cui i rivenditori di armi da fuoco saranno obbligati a una licenza per la vendita e a condurre a loro volta verifiche sugli acquirenti, l’FBI incrementerà del 50% il personale addetto a tali verifiche, al Congresso verrà richiesto un finanziamento pari a 500 milioni di dollari. «Oggi non siamo qui per reagire a una strage causata dalle armi, ma per prevenire la prossima» ha dichiarato il presidente.

Obama dubita di riuscire ad attuare completamente il piano entro la fine del proprio mandato e che i nuovi provvedimenti azzereranno le sparatorie e le morti: «Ma se possiamo evitarne almeno una ne sarà valsa la pena». Non è la prima volta che il presidente degli Stati Uniti si commuove in pubblico. È successo in occasioni meno drammatiche ma comunque ad alto tasso emotivo, come appena dopo la sua rielezione nel novembre 2012. A Chicago, nel suo quartier generale al McCormick Center, nel ringraziare e salutare il suo staff e i volontari, Obama ha ceduto all’emozione: «quello che voi ragazzi avete fatto per me dice che quanto sto facendo è importante e io sono molto orgoglioso di voi. […] In molti di voi vedo me stesso alla vostra età, ma voi siete migliori di me». Il giorno dopo in rete impazzava il video delle lacrime del presidente.

Il 5 dicembre 2013 Obama ha pianto la morte di Nelson Mandela, a sua volta premio Nobel per la pace 1993: «Sono uno dei milioni di persone che hanno tratto ispirazione dalla vita di Nelson Mandela. Uno dei miei primi gesti da politico fu una protesta contro l’apartheid. Ho studiato le sue parole e i suoi scritti. Il giorno che uscì di prigione mi diede il senso di cosa può fare un uomo quando è guidato dalle proprie speranze e non dalle proprie paure».

Più recentemente, il 30 dicembre 2015 a Washington, il presidente degli Stati Uniti è stato immortalato ai Kennedy Center Honors (i premi alla carriera per gli artisti americani) mentre, discreto, si asciugava le lacrime quando Aretha Franklin ha attaccato “You make me feel a natural woman”. Questa volta però la commozione non era suscitata dal dolore ma dall’ascolto di una voce sublime, forse quella che ha fatto da sottofondo alla sua storia d’amore con Michelle, che accanto a lui ascoltava rapita.