Nobel pace

Il Nobel al Wfp, dove c’è fame non c’è pace

Il comitato di Stoccolma assegna il Premio Nobel per la pace 2020 al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Cos’è, cosa fa, perché è così importante. Parla il presidente del Wfp Italia, Vincenzo Sanasi d’Arpe
di Ada Aliprandi e Paola Ruspantini

Non è Greta Thumberg, la nota attivista svedese per il clima, non un militante pro-democrazia di Hong Kong e neppure l’Organizzazione mondiale per la sanità ad aggiudicarsi il premio Nobel per la pace di quest’anno. Bensì la più grande organizzazione umanitaria in lotta contro la fame nel mondo: il World Food Programme, agenzia delle Nazioni Unite nota, in Italia, anche con l’acronimo Pam (Programma alimentare mondiale), che è stata scelta tra 318 candidature (211 persone e 107 organizzazioni) “per il suo impegno per combattere la fame, per il suo contributo al miglioramento delle condizioni di pace nelle aree colpite dai conflitti e per essere determinante negli sforzi di prevenzione delle guerre che sfruttano la fame come arma”.

Lo tsunami Covid ha esacerbato i problemi e le differenze. La fame nel mondo continua a essere un problema attuale: a oggi, ben 690 milioni di persone vanno ancora a letto a stomaco vuoto. Nel 2019 c’è stato persino un peggioramento rispetto agli anni precedenti, con 135 milioni di persone in 55 paesi che hanno sofferto di insicurezza alimentare acuta. Prioritario è dunque l’obiettivo 2 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che mira a sconfiggere la fame entro il 2030. Un traguardo lontanissimo, che però il Wfp ogni giorno cerca di avvicinare attraverso le sue iniziative. Sin dalla sua fondazione, nel 1961, l’agenzia Onu che ha il quartier generale a Roma s’impegna a fornire cibo e altri tipi di assistenza a chi ne ha più bisogno. Nelle emergenze causate da guerre, conflitti o calamità naturali è spesso la prima a giungere sul posto. Solo nel 2019, ha raggiunto 900 milioni di persone in 88 Paesi e distribuito 4,2 milioni di tonnellate di cibo.

Il Wfp è quindi un argine essenziale contro le crisi umanitarie causata da guerre e cambiamenti climatici. E di recente anche dal Covid, i cui effetti sono devastanti soprattutto in paesi come Yemen, Congo, Nigeria, Sudan e Burkina Faso. “Durante la pandemia”, si legge nel comunicato ufficiale dell’assegnazione del premio, “il Wfp ha dimostrato una impressionante abilità nell’intensificare i propri sforzi”.

Il cibo come arma da guerra

“Il legame tra fame e conflitto armato è un circolo vizioso: la guerra e il conflitto possono causare insicurezza alimentare e fame, così come la fame e l’insicurezza alimentare possono provocare il divampare di conflitti latenti e innescare l’uso della violenza”, ricorda il Comitato norvegese per il Nobel. Effettivamente, l’insicurezza alimentare e la competizione per le risorse sono alla base della maggioranza dei conflitti. Un altro aspetto da considerare è come la fame stessa possa essere una potente arma bellica con l’assedio mirato dei civili, l’attacco agli aiuti umanitari e alle infrastrutture di sostentamento.

(Crediti: World Food Programme)

Preoccupante, per esempio, è il caso dello Yemen dove è in corso un conflitto definito dalle Nazioni Unite come “il peggior disastro umanitario causato dall’essere umano”. Dal 2015 il paese è teatro di scontri tra i ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran, e il regime di Ali Abdullah Saleh, riconosciuto a livello internazionale e sostenuto da una coalizione militare capeggiata dall’Arabia Saudita. Da allora più di 100mila persone sono morte nella guerra e più della metà dei bambini soffre di malnutrizione cronica. Purtroppo, l’accesso a cibo, medicine e altri generi di prima necessità è limitato a causa delle restrizioni imposte al Paese. Gli stessi aiuti umanitari forniti dal Wfp, la più grande forza umanitaria in campo, vengono spesso saccheggiati dai ribelli con i quali occorre una paziente e costante negoziazione.

Oltre allo Yemen, sono molte le zone nelle quali la fame e le guerre si intrecciano e non vengono rispettati i corridoi umanitari. Tra queste troviamo l’area del Lago Ciad (condivisa da Niger, Ciad, Nigeria e Camerun), l’Afghanistan, la Repubblica Democratica del Congo, la Siria e il Sudan meridionale.

“Un errore gravissimo”

Vincenzo Sanasi d’Arpe, Presidente del Wfp Italia dal 2017, avvocato e professore straordinario di Diritto dell’economia in Sapienza, ci racconta l’impegno del Wfp e in particolare quello del Comitato italiano.

Può spiegarci di cosa si occupa il Wfp?

“Il Wfp si occupa istituzionalmente dell’obiettivo 2 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e anche dell’obiettivo 17, vale a dire delle attività di coordinamento per la realizzazione di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile. L’assistenza nelle aree più svantaggiate del mondo, tra America Latina, Asia e Africa, è sistematica. Il Wfp assiste una media di 100 milioni di persone in oltre 80 paesi, salva la vita, posso dire, letteralmente, a 18 milioni di bambini, che porta a scuola e forma professionalmente. Il suo intervento non si dispiega solo nell’eliminazione della fame, quindi attraverso la distribuzione di generi alimentari o acquistando gli stessi dai mercati locali per contribuire allo sviluppo economico di quelle aree, o ancora trasferendo danaro contante per il loro acquisto, ma anche attraverso la creazione di infrastrutture e la bonifica di centinaia di migliaia di ettari di terreno. Il Wfp è infatti la più grande Agenzia sul piano della logistica umanitaria e tra le maggiori come expertise tecnologica e digitale”.

Esiste un evidente correlazione tra cambiamenti climatici, guerre e problemi legati alla nutrizione. Come si muove il WFP all’interno di un discorso così complesso?

“Come giustamente ricordava la Presidente del comitato norvegese per il Nobel, perseguire l’obiettivo della fame del mondo significa perseguire obiettivi di pace. A tal proposito, voglio richiamare la coerenza della nostra attività con le encicliche Laudato Sì Fratelli tutti nelle quali si affrontano insieme tematiche ambientali, economiche e sociali. Aggiungerei che questi temi e la loro stretta correlazione, sono un dato oggettivo, non una posizione politica. Tutti i diversi attori devono agire in maniera integrata su questi fenomeni estremamente complessi. Ignorarli sarebbe un errore gravissimo che pregiudicherebbe la sostenibilità della vita delle generazioni future”.

Quale legame sussiste tra aiuti umanitari e immigrazione?

“Ti rispondo citando il Direttore esecutivo David Beasley. Un investimento effettuato in Africa torna moltiplicato in Europain termini di influenza sui flussi migratori. Il Wfp aiuta le persone nelle proprie aspirazioni naturali, là dove sono nate, nei luoghi della loro vita”

In tempi di pandemia le criticità sono aumentate, Come ha continuato, il Wfp, a svolgere le sue attività?

“Gli impegni sono moltiplicati. Il Wfp non solo ha continuato a svolgere la sua attività, ma grazie alla sua forza logistica, a una flotta estremamente importante, tra navi, aerei e camion, ha trasportato in quelle aree apparecchiature medicali. Inoltre, occorre precisare che il distanziamento sociale, proprio per le modalità di svolgimento del lavoro, non è applicabile”.

Quale ruolo svolge l’Italia?

“Fin dalla sua fondazione, nel 1961, il Wfp ha il quartier generale a Roma. Qui, hanno sede anche altre organizzazioni del settore, fra cui la Fao (Food and agricolture organization) e l’Ifad (International fund for agricultural development) che costituiscono il cosiddetto “Polo agroalimentare” delle Nazioni unite. Attraverso azioni di comunicazione, advocacy e fundraising, il Comitato italiano si rivolge a istituzioni, aziende, cittadini che vogliono contribuire a eliminare fame e discriminazioni. A Brindisi, invece, è situato il più importante hub per il pronto intervento umanitario. Il più grande emporio d’Europa con un centro di progettazione dove vengono sviluppati nuovi prodotti utili durante le missioni di pace”.

Questo riconoscimento che impatto avrà?

“È evidente che avrà un impatto importante. Oltre che a sancire l’interdipendenza di tematiche importanti, contribuisce a far sapere alla gente dell’esistenza stessa del Wfp, a far conoscere il suo significato e i compiti che svolge. Inoltre, mi auguro che abbia effetti positivi anche in termini di aiuti concreti di cui abbiamo bisogno, adesso più che mai”.