Hansel e Greta

DONNA

di Camilla Rossetti

Questo saggio partecipa al concorso Hansel e Greta. La selezione coinvolgera’ una giuria di esperti e una popolare. Per votare cliccare su questo link, selezionare il tema desiderato e cliccare sul pulsante “vota” in fondo alla pagina.

Torino. 1909. Nell’ospedale della città viene alla luce una piccola bambina: pelle olivastra, qualche capello nero e gli occhi, chiusi, perché come tutti i bambini del mondo quando nascono piangono, anche la piccola Rita annunciò a tutti di essere venuta al mondo. Un’altra bambina era arrivata ma nessuno si sarebbe mai aspettato il ruolo che lei avrebbe avuto. Dopo la breve convalescenza, venne dimessa e portata a casa ai fratelli che l’attendevano impazienti e, quando finalmente ebbero la piccola tra le braccia, furono entusiasti, un’altra Levi-Montalcini era tra loro.

All’inizio la convivenza non fu delle migliori, insomma quella bambina non faceva altro che piangere, piangere e ancora piangere ma con il passare del tempo, Rita divenne una dolce e felice bambina, circondata dall’affetto della sua famiglia e da montagne di libri che osservava sempre in modo curioso e, quando finalmente le insegnarono a leggere, la sua curiosità venne appagata da quelle piccole parole che scorrevano sotto i suoi occhi attenti e ancora più curiosi di tutto ciò che la circondava, suscitandole una miriade di domande che molto spesso non trovavano risposta ma che comunque non fecero arrestare quella sua voglia di dare una risposta a tutti quei quesiti e di trovarne sempre di nuovi.

In un battito di ciglia la piccola bambina divenne un giovane donna con la passione per la medicina. Così, supportata dalla sua famiglia, decise di iscriversi all’università conseguendo la laurea nel 1936. Ma il suo percorso di studi non terminò lì: si specializzò in neurologia e psichiatria, ma incerta se continuare con la ricerca oppure diventare un medico, alla fine la ricerca ebbe la meglio, portandola anche a diventare assistente volontaria presso una clinica di malattie nervose. All’interno di quella clinica, Rita riuscì a trovare la sua strada in mezzo a tutti quei pazienti, riuscì a trovare la sua vera sé.

Era il 1938 quando la vita di Rita cambiò radicalmente. Era da poco salito al potere Benito Mussolini, un uomo cattivo che, tra i tanti scopi, voleva preservare la razza ariana, così, sotto spinta del tedesco Adolf Hitler, promulgò le leggi razziali contro gli ebrei. La famiglia della giovane Rita era ebrea e, con l’avvento di queste leggi, la sua carriera fu messa in discussione.

Fu così costretta a scappare in Belgio dove nonostante tutto continuò i suoi studi sul differenziamento del sistema nervoso, fino a quando non dovette scappare anche da lì tornando in Italia, nella sua città natale, dove allestì un piccolo laboratorio nella sua camera, ispirata da un articolo di Viktor Hamburger nel quale lo scienziato parlava della sua ricerca sugli embrioni di pulcini. Per un breve periodo proseguì con le sue ricerche ma non fu da sola, il suo maestro, Giuseppe Levi, divenne il suo primo assistente: il loro obbiettivo era quello di comprendere il ruolo dei fattori genetici e di quelli ambientali nella differenziazione dei centri nervosi, scoprendo così il fenomeno che oggi chiamiamo apoptosi.

1941. Rita fu costretta nuovamente a fuggire insieme alla sua famiglia in una villa sulle colline astigiane, dopo il bombardamento da parte degli americani. Ma ancora una volta Rita non rinunciò alle sue ricerche, allestendo un nuovo laboratorio arrangiato dove poter continuare. Ma furono costretti a lasciare anche quel rifugio, trovando riparo presso un’amica della sorella di Rita, una giovane pittrice fiorentina, Marisa Mori. Le continue fughe della famiglia terminarono proprio lì, quando gli alleati liberarono una volta per tutte Firenze e tutta l’Italia dal dominio tedesco. Rita iniziò a lavorare successivamente come medico nel Quartier Generale anglo-americano, dove si occupava di guarire i malati dalle epidemie di tifo, ma ben presto si rese conto che quel lavoro non era adatto a lei. Lei voleva essere attiva non solo sul campo pratico, lei voleva cambiare il mondo. Terminata la guerra tornò finalmente a Torino insieme a tutta la sua famiglia, dove vissero finalmente tranquilli e felici.

1946. Grazie ai suoi continui studi, venne invitata da Viktor Hamburger in America presso St. Louis dove continuò le sue ricerche presso il dipartimento di zoologia dell’università di Washington. Nel 1954, insieme al suo allievo Stanley Cohen, giunse all’isolamento di una frazione nucleoproteica tumorale e all’identificazione di tale sostanza presente in quantità ingenti nel veleno dei serpenti e nella ghiandola salivare dei topi. La loro ricerca risultò fondamentale per la comprensione di malattie come il cancro, il Parkinson e l’Alzheimer.

Nel 1986, Rita Levi-Montalcini viene premiata con il Nobel per la Medicina grazie alla ricerca che portò avanti nonostante gli innumerevoli ostacoli che la donna affrontò nella sua vita.  

Rita Levi-Montalcini muore nel 2012. Viene ricordata ancora oggi, sia nel campo della medicina sia in campo sociale, come una delle donne più intelligenti e più forti che il mondo possa avere il piacere di onorare. Non ha cambiato solo la storia della medicina, ma ha cambiato la visione della vita di tutte le donne che ogni giorno combattono contro le ingiustizie sociali e non solo, portando con sé un messaggio di libertà e forza di volontà, sostenendo che tutte noi siamo in grado di cambiare la storia senza farci abbattere da chi si ritiene superiore, perché le donne hanno una forza tale da muovere montagne e ribaltare interi mondi.

Grazie Rita per aver cambiato in parte un mondo che non accettava le donne come esseri che possiedono un’intelligenza tale da scoprire cose che gli uomini forse non avevano ancora preso in considerazione; grazie per essere un esempio a cui tutte dovremmo far riferimento; un Grazie da tutte le Donne. Grazie Rita Levi-Montalcini.