Hansel e Greta

IL PREMIO ALL’ISOLA CHE ESPORTA SCIENZA E COSCIENZA

Questo saggio partecipa al concorso Hansel e Greta. La selezione coinvolgera’ una giuria di esperti e una popolare. Per votare cliccare su questo link, selezionare il tema desiderato e cliccare sul pulsante “vota” in fondo alla pagina.

di Valerio Cocchetti

Le vicende vissute nel mondo nell’ultimo anno e mezzo hanno posto drammaticamente l’attenzione sull’importante questione del rapporto tra Etica e Scienza. Si tratta di un discorso troppo astratto perché la Scienza non si separa né si unisce all’Etica. Sono gli scienziati ad assumere comportamenti più o meno etici e sono i politici a definire la visione di ciò che vogliamo essere [1]. 

Nel corso della Storia spesso si è dibattuto sulla presunta neutralità della Scienza [2] rispetto alla politica anche se già all’inizio del Seicento Francis Bacon, padre del pensiero scientifico, sosteneva che la Scienza doveva agire non a vantaggio di qualcuno, ma dell’intera umanità. Lo stesso Galileo Galilei, il nostro padre nazionale del metodo scientifico, si assunse la responsabilità sociale di trovare un punto di conciliazione tra Scienza e Religione e in quel caso fu proprio la Chiesa a rifiutare quella proposta. 

Nei secoli scorsi si è più volte rimproverato alla Scienza di isolarsi dalla società, ma è con l’epilogo della seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la tristissima vicenda della bomba di Hiroshima e Nagasaki, che il tema di una Scienza che si metta al servizio dell’uomo è diventato un imperativo morale per scienziati del calibro di Einstein che, in seguito a quella tragedia, elaborò la teoria della responsabilità sociale. 

Questo ultimo anno così particolare per la storia dell’umanità intera ha evidenziato che è impellente, oggi più che mai, la necessità che la comunità scientifica interagisca strettamente con la società civile. L’inizio del Terzo Millennio reclama prepotentemente il bisogno di un nuovo “Umanesimo”, di una “nuova” attenzione al bene dell’umanità intera, del superamento della logica del solo profitto economico. In un mondo in cui l’egemonia indiscussa è quella della logica economica del profitto, parlare di una Scienza che ritrova il suo volto umano e che si mette al servizio dell’uomo sembra un discorso utopico ed antico e soprattutto che chiama in causa la necessità di un nuovo ruolo della politica 

Ma la pandemia da Covid ha accelerato questa necessità: nessuno può pensare di vincere questa battaglia contro il virus da solo e nessuno può essere lasciato indietro. Molti valori e molti sistemi economici andranno rivisti in un’ottica di internazionalismo ed egualitarismo che recuperi i valori della cultura umanistica. 

Una cultura che abbiamo forse troppo superficialmente e colpevolmente accantonata? 

Nel discorso [3] pronunciato nell’udienza generale del 19 agosto 2020, quando la pandemia non aveva ancora mostrato il suo lato peggiore a tutto il mondo, il Santo Padre sottolineò che l’umanità era afflitta non solo dal virus ma anche da una grave ineguaglianza che colpisce soprattutto i Paesi più poveri. Giunti oramai già al 2021 non è più revocabile una presa di posizione che si faccia carico di ciascun individuo, soprattutto in una battaglia così importante qual è quella che ci troviamo a fronteggiare. 

In questo scenario anche il premio Nobel andrebbe riconsiderato in maniera nuova: invece di premiare la singola individualità, la singola scoperta, perché non premiare il lavoro di categorie intere, soprattutto tra coloro che hanno dato prova di spirito di sacrificio e di abnegazione, spesso in cambio di poco denaro? 

Non sono forse questi i nostri nuovi eroi? Eroi che hanno volti di gente qualunque in tutto il mondo? 

Ripercorrendo la storia del premio Nobel [4] sappiamo che si tratta di un riconoscimento annuale che viene attribuito a persone o organizzazioni che si sono distinte negli ambiti più disparati. Alfred Bernhard Nobel, ideatore del premio ed inventore della dinamite e della balistite, all’interno del proprio testamento nel 1895, destinò l’intero e consistente patrimonio, derivato dall’immensa fortuna accumulata grazie ai suoi brevetti, ad una fondazione perché si nominassero ogni anno cinque premi nell’ambito della medicina, della chimica, della letteratura, della fisica e della difesa delle relazioni amichevoli tra i popoli (premio per la Pace). Dal 1969 è stato istituito anche il riconoscimento per l’economia. Il premio consiste, oltre al prestigio che la vittoria comporta, in una somma di denaro che ammonta a dieci milioni di corone svedesi, somma che non è vincolata a nessuno scopo specifico e pertanto i vincitori hanno la facoltà di spenderla come meglio credono. 

Dalla prima premiazione avvenuta nel 1901 ad oggi, molti sono stati i casi di vincitori del premio per la Pace assegnati a personaggi oggetto di critiche vivaci ed altrettanti i casi di candidature, anche plurime, che non riuscirono mai a vincere l’ambìto premio. 

Barack Obama ad esempio nel 2009 vinse il Nobel per la Pace ‘’per i suoi straordinari sforzi volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli’’ nonostante il presidente americano continuasse a mantenere il presidio militare in Afghanistan. Al contrario un personaggio del calibro di Mahatma Gandhi che tutti conosciamo come simbolo della pace e della non-violenza, seppur candidato per cinque volte, non portò mai a casa la vittoria. 

C’è da augurarci quindi che il 2021 segni davvero una svolta epocale anche per quello che riguarda l’assegnazione di questo storico riconoscimento che deve avere un sapore non solo economico, ma anzi soprattutto valoriale. 

Il 22 marzo del 2020, nel pieno della pandemia Covid 19 che ha colpito tanto duramente l’Italia, sono arrivati a Crema in Lombardia trentasei medici e quindici infermieri del contingente cubano ‘’ Henry Reeve’’ che hanno messo a disposizione le loro competenze e il loro impegno nella lotta ad un virus, allora davvero molto poco conosciuto, in un momento tanto critico del picco pandemico per l’Italia. 

Le immagini del loro arrivo in una Lombardia messa in ginocchio dalla ferocia del virus ha commosso chiunque di noi. E come poteva essere diversamente? Una piccola isola che soffre per un pesante embargo da circa sessant’anni e che generosamente mette a disposizione le sue risorse umane e culturali per un paese occidentale e certamente più ricco. Le ‘’ Brigadas Henry Reeve’’ portano il nome di un giovane statunitense morto al fianco dei cubani nella guerra d’indipendenza dalla Spagna. Create da Fidel Castro nel 2005, dopo il catastrofico uragano Katrina che colpì Louisiana, Mississippi e Alabama, partirono per offrire un aiuto che però venne rifiutato da l’allora presidente George Bush. Da allora hanno operato in decine di paesi affrontando disastri e gravi epidemie come quella di Ebola in Africa e molte altre che sono frutto della miseria in cui versano molti popoli soprattutto africani e asiatici. 

Come ci informa Fabrizio Casari, [5] direttore di ALTRENOTIZIE, “la loro specialità è quella di affrontare le emergenze, di arrivare dove nessuno arriva, di portare cure dove tutti fuggono, di vincere guerre che tutti ritengono che, visti i rischi da correre, è preferibile perdere. I loro galloni, le Brigadas Henry Reeve se le sono conquistate sul campo – anzi sui diversi campi – in ogni dove dell’Africa e dell’America Latina” 

Non è forse questo un mirabile esempio di quella Scienza che ritrova l’Etica? Che si mette al servizio dell’uomo? 

La filosofia del popolo cubano è forse davvero ispirata a un semplice concetto espresso dall’ eroe nazionale, José Marti: “Patria es humanidad”, “la Patria è l’umanità” 

Il parlamentare britannico Grahame Morris ed alcuni altri esponenti accademici e di partito hanno candidato questi medici internazionalisti cubani che hanno curato quattro milioni di persone in 45 paesi, indipendentemente dai confini geografici e politici 

Un’occasione irripetibile per una simbolica forma di riscatto sociale nei confronti di un Paese più svantaggiato economicamente ma che non ha mai rinunciato ad investire nella sanità pubblica e nell’istruzione. 

Quella piccola isola in grado di esportare scienza e coscienza, dal 1999 ad oggi, ha laureato gratuitamente, nella Escuela Latinoamericana de Medicina, oltre trentamila giovani provenienti da famiglie povere di Paesi di tutto il mondo (Stati Uniti compresi). Cuba, pur avendo una situazione economica in seria crisi e i dati presenti che sono assimilabili a quelli di paesi sottosviluppati, ha raggiunto standard sanitari simili a quelli dei paesi occidentali. Non solo i dati statistici su mortalità, malattie ed invecchiamento portano Cuba sullo stesso livello di molti paesi industrializzati, ma nonostante le grosse difficoltà nel trovare attrezzatura e medicine di base a causa dell’embargo, è riuscita a costruire una rete capillare di assistenza sanitaria. ‘’Il nostro paese non lancia bombe contro altri popoli, ne possiede armi nucleari, le decine di migliaia di scienziati su cui conta il nostro paese sono stati educati per salvare vite. Viva la fratellanza tra popoli!!’’. Così Fidel Castro elogiava le brigate di medici che il suo paese spedisce in tutto il mondo. 

Al di là delle critiche malevoli [6] di chi vuole interpretare che dietro all’apparente e disinteressata solidarietà internazionale ci siano i soldi che servono alla pluridecennale dittatura castrista per restare in piedi, forse è giunto davvero il momento che la Storia la scrivano anche nuovi protagonisti, con nuovi volti e nuovi valori. 


1 Gustavo Zagrebelsky, “Che cosa divide Scienza e Coscienza” da Repubblica, 18 ottobre 2019 

2 Pietro Greco, Scienza ed etica. Di nuovo a confronto, https://ilbolive.unipd.it/21 ottobre 2019 

3 https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200819_udienza-generale.html 

4 https://www.focus.it/cultura/storia/come-e-nato-il-premio-nobel 

5 https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/23/coronavirus-grazie-cuba-grazie-brigata-henry-reeve/5746570/ 

6 https://www.radiolombardia.it/2020/09/29/altro-che-nobel-per-la-pace-i-medici-cubani-allestero-sono-oro-per-il-regime-comunista/