Hansel e Greta

La fragilità del genio

di Daniela Lovecchio

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Razionalità e allucinazione possono coesistere? Aristotele sosteneva di sì, ma non era il solo ad asserire un apparentamento tra il genio e la follia, anche il Petrarca disse “non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia”. Ma al di là di stereotipi millenari e di speculazioni romantiche che associano all’immagine di uno spirito eccelso la deformazione psichica, esiste una correlazione in termini scientifici? Come comunicano follia e genialità?

Indagando la singolare vicenda di John Forbes Nash Jr., il matematico in bilico tra ragione e delirio, cerchiamo di addentrarci nei meandri della questione. Nash venne insignito del Nobel per l’economia nel ‘94, ma già all’età di trent’anni manifestò  i primi segni visibili del “cancro della mente”, la schizofrenia paranoide-allucinatoria. Ci domandiamo: che ruolo ha avuto la psicopatologia nelle sue brillanti intuizioni, che in seguito inaspettatamente gli valsero il conferimento del premio Nobel ?

Sin dall’infanzia egli si mostrò un bambino solitario ed introverso, dotato di un’intelligenza precoce e scarse attitudini sociali. Continuerà ad avere questo profilo anche in tempi più maturi tanto che nel periodo liceale i compagni lo giudicheranno eccentrico, riservato, arrogante, distaccato, e negli anni del dottorato al college di Princeton, casa di cervelli quali Einstein, Neumann, Wiener, la sua figura resterà avvolta in un alone bizzarro: non assisteva alle lezioni, evitava la lettura, giacché sosteneva obnubilasse l’originalità, e lavorava nella solitudine del proprio intelletto, disdegnando le mode e le opinioni invalse. Ma se in questi anni i comportamenti insoliti non destarono particolari sospetti e non era evidente la presenza di un disturbo psicotico, le stranezze si acuirono sempre di più, fino alla metamorfosi: il mondo razionale della logica, tracciato da numeri e algoritmi, prese la forma di un sogno delirante che nel culmine della malattia lo costrinse ad abbandonare la matematica per coltivare profezie religiose e convinzioni immaginifiche, dall’esistenza di complotti comunisti a messaggi cifrati da alieni, sintomi evidenti del disturbo schizotipico. L’interferenza, se non padronanza, della malattia con la sua realtà quotidiana, è dimostrazione del fatto che la patologia mentale e la creatività non sono necessariamente interdipendenti, come invece credevamo e come numerosi studi psichiatrici intendono provare. Non è scorretto dire che la malattia mentale, ancora non manifesta, abbia contribuito ad accentuare l’anticonformismo e l’unicità del pensiero matematico di Nash, d’altronde bisogna riconoscere la sua acuta insoddisfazione nel periodo in cui il disturbo emerse nella forma più disarmante, facendolo sentire inetto. La follia può favorire la creatività e aiutare a pensare fuori dagli schemi, il cosiddetto “pensiero laterale”, che Nash mostrò di avere nella sua agilità a risolvere i problemi da angolazioni inusuali e perciò innovative. D’altro canto essa non è la causa della creatività: pensiamo a quante menti geniali si sono distinte senza alcuna diagnosi di disturbi mentali.

Queste considerazioni danno adito ad una riflessione: la genialità non è intrinseca nella pazzia ma risiede nella capacità di domarla, come nel caso di John Forbes Nash. La sua fu una remissione spontanea che le persone a lui vicine non esitarono a definire “un miracolo”. Su testimonianza dello stesso Nash si è trattato di risospingere i pensieri deliranti e ricondurre la mente sulla via della ragione e la matematica, il calcolo e i computer furono la sua medicina, il risveglio di un genio dal torpore della follia, la stessa che ha contribuito, in parte, alla sua singolare e strana genialità. È innegabile che il binomio genio-follia continuerà ad affascinare, ma è qui che si ricorda al lettore di non trascurare l’aspetto realistico. La follia è il più delle volte sofferenza: tale è il prezzo da pagare per conquistare una fama imperitura ?