Italia, l’obesità diventa (finalmente) una malattia cronica

Il Parlamento italiano ha approvato la legge che riconosce ufficialmente l’obesità come malattia cronica e recidivante: un passo fondamentale per affrontare il problema con strategie integrate e multifattoriali di Sandro Iannaccone…

Oltre un miliardo nel mondo, sei milioni nel nostro Paese: un italiano adulto su dieci è obeso. Se nella stima si comprendono anche le persone in sovrappeso e i bambini, la proporzione diventa ancora più impressionante: il 26,3% della popolazione tra 3 e 17 anni presenta problemi di peso, un aumento di oltre il 30% negli ultimi vent’anni.

L’obesità è insomma una vera e propria emergenza sanitaria, da affrontare con risolutezza e decisione: per questo, con un passo storico, nell’ottobre 2025 il Parlamento italiano ha finalmente approvato una legge che riconosce ufficialmente l’obesità come una malattia cronica e recidivante, un cambio di paradigma che non riconduce più il disturbo a una responsabilità puramente individuale, definendolo come complessa patologia multifattoriale che si può risolvere solo con un accesso strutturato alle cure, una politica di prevenzione che comincia in ambiente scolastico e la lotta allo stigma sociale. Un traguardo normativo salutato con favore dalla comunità scientifica, come certifica una lettera recentemente pubblicata su Nature a firma di Silvio Buscemi, Maurizio De Luca, Luca Busetto, Rocco Barazzoni, Paolo Sbraccia, Amanda Belluzzi, Matteo Monami, Irisi Zani e Federico Serra, tutti eminenti ricercatori nel campo. La “riclassificazione” dell’obesità, riflettono gli autori, rappresenta molto di più di un mero aggiustamento burocratico, in quanto costituisce un cambio di paradigma che sposta definitivamente l’obesità dal banco degli imputati dei “cattivi stili di vita” a una dimensione più ampia, che è sia patologica e clinica che sistemica. L’articolo 1 del testo, infatti, sancisce che l’obesità non deve più essere considerata solamente un preludio o un veicolo verso altre patologie – come il diabete di tipo 2, l’ipertensione, le dislipidemie o altri gravi disturbi cardiovascolari – ma costituisce una vera e propria priorità per gli interventi clinici e per le grandi strategie di salute pubblica su scala nazionale.

“Oltre un miliardo nel mondo, sei milioni nel nostro Paese: un italiano adulto su dieci è obeso”

D’altronde, da diversi decenni le principali società scientifiche e le organizzazioni sanitarie da tutto il mondo chiedevano a gran voce un riconoscimento di questa natura, ma si erano scontrate sistematicamente con l’inerzia politica, la miopia istituzionale e la frammentazione normativa, in particolare in Europa: nel nostro continente, infatti, la condizione clinica dell’obesità continua a tutt’oggi a essere inquadrata in maniera del tutto disomogenea. Nella maggior parte degli ordinamenti comunitari, è considerata per lo più un “determinante” scatenante di varie malattie non trasmissibili (le cosiddette NCD, ossia Non-Communicable Diseaes) piuttosto che un grave disturbo cronico a sé stante che necessita di diagnosi e cura dedicate. A dirlo sono anzitutto i dati epidemiologici, in costante e preoccupante crescita su scala globale: secondo un’analisi pubblicata nel 2024 dalla rete globale di scienziati NCD Risk Factor Collaboration, operante in stretta sinergia con l’Organizzazione mondiale della sanità, le persone che attualmente convivono con l’obesità nel mondo hanno stabilmente superato la soglia critica del miliardo. Una cifra che comprende circa 880 milioni di soggetti adulti e quasi 160 milioni di bambini e adolescenti nella fascia d’età compresa tra 5 e 19 anni. Le proiezioni per il futuro sono, se possibile, ancora più cupe: la World Obesity Federatoin stima che entro l’anno 2035 saranno oltre un miliardo e mezzo gli individui che soffriranno di questa condizione.

“Il 26.3% della popolazione tra 3 e 17 anni presenta problemi di peso, un aumento di oltre il 30% negli ultimi vent’anni”

E nonostante gli ottimistici (e miopi) proclami sulla sana alimentazione mediterranea, il quadro clinico dell’Italia non è certamente migliore, anzi: secondo le stime dell’Istat del dicembre 2024, relative ai dati consolidati dell’anno precedente, il 46,3% della popolazione italiana maggiorenne presenta un eccesso ponderale misurabile; più specificamente, il 34,6% degli adulti vive in condizioni di conclamato sovrappeso, e l’11,8% è affetto da vera e propria obesità, il che si traduce, sul piano reale, in un bacino vastissimo di quattro-sei milioni di cittadini italiani con una diagnosi patologica in atto.

“Secondo le stime dell’Istat del dicembre 2024, il 46,3% della popolazione italiana maggiorenne presenta un eccesso ponderale misurabile”

Il fenomeno aumenta con l’aumentare dell’età: il problema dell’eccesso di peso passa infatti in maniera progressiva dal 13,4% rintracciabile nella fascia anagrafica tra i 18 e i 19 anni fino a toccare la cifra allarmante del 42,7% tra i cittadini di età compresa tra i 65 e i 74 anni. Persone che non hanno solo bisogno di sentirsi dire che è il caso di mangiare meglio o di fare più attività fisica, ma anche di percorsi diagnostici, riabilitativi e terapeutici validati dei quali il Sistema sanitario nazionale (Ssn) deve in qualche modo farsi carico. E a questo è dedicato l’Articolo 2 della nuova legge, che impone che tutti i servizi clinici destinati alle persone affette da obesità vengano formalmente inclusi dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) garantiti integralmente dal Ssn. Si parla, per esempio, delle corrette valutazioni cliniche multidisciplinari, dei necessari test diagnostici strumentali e, aspetto fondamentale, dell’accesso equo ai trattamenti. Le moderne e avanzate terapie farmacologiche mirate, molte delle quali di recentissimo sviluppo biochimico e dotate di una significativa efficacia clinica nel ripristinare i delicati equilibri ormonali legati alla sazietà e al metabolismo, sono raramente rimborsate dai sistemi sanitari nazionali. Questa lacuna genera sistematicamente una sanità a due velocità, profondamente iniqua, in cui soltanto i pazienti che possiedono i mezzi finanziari per sostenere privatamente le cure possono permettersi di trattare adeguatamente la propria patologia; sebbene la copertura finanziaria totale e universale dei moderni farmaci anti-obesità per tutti i pazienti eleggibili rimanga, almeno al momento, ben al di fuori della portata pratica di bilancio della gran parte dei sistemi sanitari occidentali, l’inserimento formale dell’obesità all’interno dell’elenco dei Lea assicura almeno un accesso terapeutico parziale per quei segmenti di pazienti che sono considerati ad altissimo rischio di imminenti complicazioni fatali, o che presentano quadri di comorbidità estremamente gravi uniti a un severo e inaccettabile deterioramento della loro qualità della vita. Come ampiamente evidenziato dagli estensori della proposta e dagli accademici, questa misura rappresenta un primo passo assolutamente essenziale verso l’agognata riduzione delle disparità socioeconomiche nelle cure mediche, allineandosi pienamente all’Obiettivo 10 di Sviluppo Sostenibile (SDG10) fissato dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per abbattere le disuguaglianze strutturali. Certo, non sarà facile: per coordinare e gestire in modo analitico e misurare oggettivamente l’impatto reale di questi innumerevoli fronti di intervento, il Ministero della Salute procederà formalmente alla rapida istituzione di un Osservatorio per lo Studio dell’Obesità, un organo tecnico di indirizzo che avrà il mandato istituzionale di valutare l’implementazione pratica delle strategie di salute pubblica nel Paese, migliorando per esempio i tassi di allattamento al seno, disincentivando il consumo di alimenti inadeguati, ideando nuove campagne comunicative nazionali e regionali ed eventi sportivi di sensibilizzazione.

“Nel mese di Ottobre il Parlamento italiano ha approvato una legge che riconosce ufficialmente l’obesità come malattia cronica e recidivante, prevedendone l’inserimento nei livelli essenziali di assistenza del Servizio sanitario nazionale. “

Per avviare i lavori, il governo italiano ha allocato un fondo iniziale di implementazione di circa tre milioni di euro, affiancato parallelamente da un budget permanente annuale di 400.000 euro dedicato specificamente all’educazione e all’aggiornamento costante su queste tematiche per studenti universitari, medici di medicina generale e specialisti pediatri. Tanto gli estensori del provvedimento quanto gli osservatori scientifici riconoscono candidamente che tali prime risorse, pur rivestendo un’importanza istituzionale e simbolica enorme per scardinare lo stallo, siano oggettivamente insufficienti a finanziare a regime un piano d’azione così capillare e trasversale. Lo stanziamento iniziale è stato apertamente descritto dagli stessi ambienti governativi come un mero espediente tecnico volto a garantire la fluida approvazione parlamentare iniziale della norma quadro, con la promessa e la stringente necessità di dover agganciare flussi di finanziamento assai più cospicui nei futuri cicli di bilancio statale. Da parte loro, le autorevoli società professionali di settore, inclusa la Società Italiana dell’Obesità, e le associazioni civiche in difesa dei pazienti, hanno già garantito di voler mantenere alta la guardia, monitorando ogni step attuativo e lavorando fianco a fianco con le istituzioni affinché le dichiarazioni di principio si tramutino in diritti tangibili supportati da budget adeguati.

Sandro Iannaccone, fisico e giornalista scientifico, docente al Master La Scienza nella Pratica Giornalistica