La pace, la libertà di parola e il Nobel

di Manuel Saad e Claudia Grimaldi

I giornalisti Maria Ressa e Dmitry Muratov hanno vinto il Nobel per la pace 2021 per la loro lotta contro la censura e la salvaguardia della democrazia. Questo, qualche mese prima dell’inizio della guerra tra Russia e Ucraina in cui la disinformazione serpeggia al fine di alimentarla, il racconto di Manuel Saad

Era ottobre 2021 quando i giornalisti Maria Ressa e Dmitry Muratov ricevevano la notizia della vittoria del premio Nobel per la pace, per il loro impegno nel “salvaguardare la libertà di parola, una condizione fondamentale per la democrazia e la pace”. Sono state queste le parole del Comitato per il Nobel norvegese, che ha scelto i due giornalisti “dissidenti” su oltre 300 candidature.
    Durante la cerimonia di consegna del Premio, avvenuta a dicembre 2021, i due giornalisti avevano anticipato il conflitto tra Russia e Ucraina che si è concretizzato alla fine di febbraio di quest’anno. “I potenti promuovono attivamente l’idea della guerra”, aveva dichiarato Muratov nella sua Nobel lecture, aggiungendo che “nella testa di alcuni geopolitici pazzi, una guerra tra Russia e Ucraina non è più qualcosa d’impossibile“.
    A fine febbraio, in un’intervista rilasciata al The New Yorker, sull’invasione russa in Ucraina, Muratov, ha affermato che: “Ci siamo ritrovati in redazione con qualche ora di anticipo. Tutti noi avevamo una chiara comprensione del fatto che Putin, con la sua decisione, aveva distrutto il futuro delle generazioni più giovani, che il Paese sarebbe diventato un paria, che non avremmo in alcun modo sostenuto questa guerra”. E ha aggiunto che “I nostri dirigenti d’ufficio hanno portato giubbotti antiproiettile ed elmetti dal magazzino. La pressione su Novaya Gazeta – il giornale indipendente da lui fondato – e altri media è iniziata immediatamente. Abbiamo ricevuto l’ordine di vietare l’uso delle parole “guerra”, “occupazione”, “invasione”. Tuttavia, continuiamo a chiamare la guerra con il suo vero nome, ossia guerra. Attendiamo le conseguenze”.

Nella testa di alcuni geopolitici pazzi, una guerra tra Russia e Ucraina non è più qualcosa d’impossibile.

Dimitry Muratov, dicembre 2021, Nobel Lecture

In merito alla parola “guerra”, le autorità russe hanno chiarito che il solo atto di chiamarla “guerra” – il Cremlino preferisce il termine “operazione militare speciale” – è considerata disinformazione e le notizie ritenute “false”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, sono punibili con anni di reclusione. Sempre su questo punto, in cui le parole dimostrano di avere una forte potenza, Maria Ressa, in un’intervista video rilasciata al Washington Post Live, ha spiegato che: “Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Come giornalisti, trascorriamo le nostre carriere imparando a eliminare i fronzoli. Anche a comprendere la differenza tra misinformazione e disinformazione: la prima avviene inconsapevolmente mentre la seconda avviene consapevolmente per poter manipolare. Sbarazzandosi della parola guerra, si cerca di “ammorbidire” ciò che sta accadendo. Ed è esattamente quello che sta facendo la Russia, ciò che Putin ha ordinato”. Ma le dichiarazioni della giornalista filippina non finiscono qui. In un’intervista per Nikkei Asia, il quotidiano nazionale giapponese, Maria Ressa ha accusato la Russia di diffondere video e notizie falsi già prima dell’invasione dell’Ucraina, sostenendo che i tentativi di Mosca di distruggere la verità evidenziano la necessità di accelerare la legislazione contro tale attività in altri Paesi.Ressa, inoltre, ha affermato che Mosca ha utilizzato metodi simili quando è avvenuta l’annessione della Crimea nel 2014, in quanto avrebbe utilizzato sia una strategia “dal basso verso l’alto” che “dall’alto verso il basso”. Su Facebook e Twitter, spiega la giornalista, ci sono stati account – senza follower, né amici – che avrebbero diffuso notizie false. 

Questa lotta alla disinformazione ha premiato i due giornalisti che, nel corso della loro carriera, hanno denunciato l’abuso di potere e la corruzione andando incontro a minacce, molestie, azioni legali e intimidazioni. Ma qual è la loro storia?

Maria Ressa, nata a Manila nel 1963, naturalizzata statunitense, è la cofondatrice di Rappler, il sito di notizie nato nel 2012 famoso per le sue inchieste su Rodrigo Duterte, presidente della Repubblica delle Filippine, in relazione alla “guerra alla droga”, e per aver raccontato fin dall’inizio la sua ascesa al potere. Con i suoi articoli e le sue inchieste sulle esecuzioni extra giudiziarie ordinate da Duterte, nella sua campagna contro gli spacciatori di droga e i tossicodipendenti, Maria Ressa ha smascherato e denunciato più volte la corruzione e la violenza del governo. Proprio per questo, è stata denunciata per diffamazione e arrestata più volte nella città di Manila. Nel 2018, il Time ha definito Maria Ressa una “guardiana della verità”, dedicandole la copertina di quell’anno. “Non abbiamo fatto altro che il nostro dovere di giornalisti, eppure io ho subìto undici processi nell’ultimo anno e mezzo”, ha dichiarato la giornalista al New York Times nell’ottobre del 2019. Nel 2020, un tribunale l’ha condannata per diffamazione per articoli scritti sul web e, a oggi, rischia sei anni di carcere. Questo processo giudiziario è stato criticato da Human Rights Watch e Amnesty International.In merito al premio Nobel per la pace, la giornalista si è detta felice del riconoscimento: “Questo premio ci dà forza per continuare la lotta per la verità e per uscire dall’oscurità”, ha dichiarato. “La nostra è una battaglia per la verità. E la verità non esiste senza i giornalisti”. La storia di Dmitry Andreyevich Muratov, co-vincitore del premio Nobel, è analoga a quella di Maria Ressa.
Il giornalista russo, classe 1961, inizia la sua carriera alla Komsomolskaya Pravda. Nel 1993, con altri cinquanta colleghi, lascia il quotidiano e fonda Novaya Gazeta del quale è caporedattore dal 1995. La rivista ha ospitato alcune tra le più importanti inchieste nella storia moderna della Russia. Novaya Gazeta è un giornale libero e indipendente, con un atteggiamento profondamente critico nei confronti del potere. È un’importante fonte di informazioni su aspetti della società russa raramente menzionati da altri media: dalla corruzione alla violenza della polizia, agli arresti illegali, alla frode elettorale e alle “fabbriche di troll”, all’uso delle forze militari russe sia all’interno che all’esterno della Russia.

La nostra è una battaglia per la verità. E la verità non esiste senza i giornalisti

Maria Ressa

Muratov si è sempre è rifiutato di abbandonare la politica indipendente del giornale. Ha costantemente difeso la libertà dei giornalisti di scrivere su qualunque argomento, purché rispettino gli standard professionali ed etici del giornalismo. Dalla fondazione del giornale, sei dei suoi giornalisti sono stati uccisi. Ed è proprio a loro che Muratov ha dedicato il Nobel: “Questo premio non è merito mio. Il merito è della Novaya Gazeta. Di quelli che sono morti difendendo il diritto alla libertà di parola. Dato che non sono più con noi, il Comitato per il Nobel ha evidentemente deciso che lo dica io. Il merito è di Anna Politkovskaja, di Igor Domnikov, di JuraShchkochikhin, di NastjaBaburova, di Natasha Estemirovam di StasMarkelov. Ecco la verità. Questo Nobel è per loro”. A marzo 2022, Muratov ha dichiarato sul suo giornale che donerà all’asta il premio Nobel per la pace per sostenere il Fondo ucraino per i rifugiati. “Cosa possiamo fare: smettere di sparare, scambiare prigionieri, restituire i corpi dei morti, fornire corridoi umanitari e assistenza”. Nell’articolo, il giornalista russo prosegue affermando: “Condividere con i rifugiati pacifici, i bambini feriti e malati che necessitano di cure urgenti, ciò che è caro e prezioso per gli altri. Novaja Gazeta e io abbiamo deciso di donare la medaglia del premio Nobel per la pace 2021 al Fondo ucraino per l’aiuto ai rifugiati. Sono già più di dieci milioni. Chiedo di rispondere alle case d’asta che batteranno il premio di fama mondiale”. Maria Ressa, durante il suo discorso in occasione della cerimonia, ha ricordato che Von Ossietzky non ha mai potuto ritirare il suo premio poiché è morto in un campo di concentramento nazista. “Dando questo premio ai giornalisti, oggi, il comitato del Nobel segnala un momento storico simile, un altro punto esistenziale per la democrazia”.

Manuel Saad e Claudia Grimaldi, Biologhi e studenti del Master La Scienza nella Pratica Giornalistica della Sapienza Università di Roma