PLAYLIST – La nuova edizione, riveduta e aggiornata, del libro di Luca Sofri
Di Emilio Giovenale
È uscita la terza edizione di “Playlist”, di Luca Sofri, una raccolta “ragionata” di canzoni, classificate per autore, aggiornamento delle analoghe raccolte del 2006 e del 2008, ampliato fino a sfiorare il numero di 3500 canzoni, con aggiornamenti legati all’avanzamento di gusto, tecnologia e modalità di fruizione della musica negli ultimi 20 anni.
Storia delle “compilation” musicali
Nella bellissima introduzione di Luca Sofri, (che potete trovare nell’anteprima del libro Playlist, disponibile su Amazon, consultabile aprendo questa pagina, si fa una storia delle “compilation” della musica pop e rock a partire dagli anni ’70. Tuttavia, se vogliamo essere rigorosi, bisogna ricordare che l’idea base della compilation nasce ben prima, insieme con la musica classica. Ovviamente bisogna far riferimento a quello che era l’unico mezzo di fruizione della musica prima dell’avvento del fonografo di Edison: il concerto.
Ma i concerti di musica classica, specie quelli ove era protagonista uno strumento solista, difficilmente presentavano un’opera completa di un singolo autore. Se facciamo le dovute eccezioni, come quella di concertisti che hanno eseguito tutto “Il clavicembalo ben temperato” di Bach (24 preludi e fughe) per motivi di rigore scientifico-musicale, o la esecuzione di complete sinfonie orchestrali, in genere i concerti avevano un programma in cui erano incluse opere diverse di diversi autori: una compilation ante litteram. Fa eccezione la lirica, ove la necessità di raccontare un” storia” dall’inizio alla fine, rendeva obbligato il programma. Ma di concerti in cui i cantanti si cimentino nelle arie più famose tratte da diverse opere ce ne sono comunque moltissimi ancora oggi!
Le compilation di “musica scritta”
Altri oggetti anni ‘70/’80, anch’esso oggetto di nostalgia, sono i cosiddetti “canzonieri”: libri che contenevano accordi e parole delle canzoni più popolari del periodo, adatti per ravvivare una serata con una chitarra o un pianoforte. A fianco di questi canzonieri, a un livello probabilmente meno elementare, troviamo i “Real Book”, elenco di spartiti e accordi di musica Jazz e Blues, nati per tramandare i cosiddetti “standard” Jazz, “inventati” negli anni ’70 da studenti del Berklee College of Music.
Operazione nostalgia
Tornando alla musica moderna suonata, tra pop, rock e “musica leggera”, temo sia difficile raccontare, meglio di come faccia lo stesso autore nella sua introduzione al libro, cosa significhi e come sia stato generato questo bellissimo tomo da 700 pagine. A me, forse perché “boomer” coetaneo dell’autore, ha suscitato ricordi emozionanti di adolescenza, riportandomi alla mente il modo in cui noi ragazzi anelavamo a fruire il più possibile di quel mondo nuovo che la musica pop e rock ci svelava con le sue canzoni.
Mi ha ricordato il vecchio giradischi “monoblocco” di mio padre, che trattavo con religioso timore e rispetto, la scoperta della musicassetta e della possibilità di “registrare” la musica.
La paghetta messa da parte per acquistare, ogni mese, un LP dopo estenuanti consultazioni con amici, commessi “esperti” nei negozi di dischi, dubbi e decisioni da prendere, fino a portare a casa quel prezioso feticcio, che immediatamente veniva duplicato su cassetta, a beneficio degli amici che “condividevano” la loro musica con noi, inconsapevoli del diritto d’autore, che però non ne subiva un gran danno: la condivisione della musica era uno strumento per diffonderla, e probabilmente generava più vendite di quelle che derivavano dagli ascolti radiofonici: certi LP DOVEVI averli nella tua collezione, non farlo sarebbe stato un insulto al dio del rock o del pop!
Le “classifiche” e i ricordi
Poi ricordo le infinite discussioni su quale fosse la più bella canzone di un gruppo, o di un autore, che si concludevano quasi sempre con: “sono comunque dei capolavori!”, e, una volta diventati esperti nell’uso del registratore, l’uso di redigere delle “compilation” delle più belle canzoni, a nostro gusto… o cercando di interpretare il gusto altrui. Se volevi far colpo su una ragazza le regalavi una compilation di canzoni che pensavi le potessero piacere, e che magari fosse “significativa” del tuo interesse!
Quel sentimento che ho ricordato rivedendo il divertentissimo film Marvel “Guardiani della Galassia” (uno dei più ironici e riusciti prodotti di quella casa), quando il protagonista Peter Quill, ascolta, col suo obsoleto walkman, una audiocassetta con una compilation dal titolo “Awesome mix vol. 1” registrata per lui dalla madre. E tiene tanto a quella cassetta e a quel walkman da rischiare la vita per recuperarla in occasione della fuga dalla prigione spaziale di Kyln.
E infine una “compilation” tratta da un libro/trasmissione radiofonica degli anni ’90 di Diego Cugia: “Jack Folla – Alcatraz: Un DJ nel braccio della morte”. In appendice al libro c’era una “discografia essenziale”, composta da una piccola parte delle canzoni mandate in onda dal DJ nel corso della trasmissione, che era risultata per me illuminante!
Compilation come espressione creativa
Perché in realtà una compilation non è semplicemente un elenco di brani, ma è una espressione creativa, che sfiora il concetto di arte. Mi spiego meglio: se l’arte è un afflato creativo in grado di suscitare sensazioni ed emozioni, e la musica in questo è forse una delle arti che più facilmente veicola emozioni, il feedback di chi vive queste emozioni testimonia una sorta di “risonanza” con l’opera d’arte, un suo riflesso nel nostro subconscio, una risposta che mette in luce quali siano i punti in comune tra la nostra sensibilità e quella dell’autore. Costruire una compilation somma tra loro questi punti in comune, queste caratteristiche della nostra anima; e in qualche modo questa somma, che racconta quali corde la musica ecciti in noi, è essa stessa un’opera d’arte, perché ci racconta, mette a nudo la nostra sensibilità, mostra i nostri sentimenti più nascosti.
Questo forse spiega anche il motivo per cui ci piace “condividere” queste “liste”, chiamiamole compilation o playlist, nella loro accezione più moderna: perché sono un modo per confrontarci con le persone con cui abbiamo dei rapporti per scambiarci queste emozioni, esattamente come fa un artista che espone al pubblico le sue opere d’arte, sperando che il pubblico le comprenda, e comprendendole possa percepire il messaggio, la sensibilità e le emozioni dell’autore.
Il potere taumaturgico della condivisione
Però, mi si potrebbe far notare, l’ascolto della musica è un compito “passivo”, si alza il volume degli altoparlanti, o ci si mette la cuffia, e si “gode” del prodotto di un artista senza intervenire. Ma anche qui viene alla luce la natura “sociale” dell’essere umano: gran parte delle persone ama condividere le cose che danno piacere! Una cena gourmet è bella anche da soli, ma insieme a un gruppo di amici diventa ancora migliore, permettendo di confrontarsi mentre si gode del piacere del pasto. Allo stesso modo difficilmente andiamo al cinema o a teatro da soli, e la prima domanda che ci facciamo all’uscita è: “ti è piaciuto lo spettacolo?”, cui seguono infiniti dibattiti, fonte anche loro di piacere e di crescita reciproca.
Lo stesso accade per la musica: condividere una playlist con gli amici, con i figli, con i parenti è simultaneamente condividere un piacere, un momento di crescita, laddove si imparano cose finora sconosciute, e di confronto, laddove si discute delle differenze percepite dai diversi fruitori.
Se ascoltiamo l’opinione degli psicologi, condividere qualcosa che generi piacere è un atto gratificante, che causa rilascio di dopamina, rinforza i legami sociali, generando emozioni positive ed è un antidoto eccezionale contro il senso di solitudine.
Le nuove tecnologie e la fruizione della musica
Nella sua introduzione a “Playlist” Luca Sofri ci illustra in maniera esemplare il percorso, negli anni, del modo di fruire della musica, dagli LP e le musicassette ai CD, il fenomeno della morte del “singolo” e il processo che ha portato alla dematerializzazione della musica, prima con il formato mp3, poi con l’avvento delle piattaforme come Apple Music, Amazon Music e Spotify, e ce ne ha illustrate le conseguenze, positive e negative. Su questo punto credo sia necessaria una riflessione, che accomuna la musica a quel che succede a tutto il mondo legato alla tecnologia dell’informazione.
Oggi, con lo stesso impegno economico che negli anni ‘80, da adolescente, mi permetteva di acquistare un LP al mese, posso acquistare un abbonamento a una piattaforma di streaming per tutta la famiglia, che metta a disposizione di tutti i componenti praticamente tutta la musica prodotta negli ultimi 100 anni, oltre a una più che buona quantità di musica classica! Il tutto riproducibile praticamente ovunque, utilizzando niente altro che un telefonino e un paio di cuffiette. Certo, cosa sia l’Hi-Fi, come dice Sofri, ormai non lo sa più nessuno (tranne pochi nostalgici con disponibilità economiche di spessore), ma anche nel campo musicale studi di psicoacustica hanno portato a produrre cuffie dalle prestazioni impensabili fino a poco tempo addietro, e comunque la praticità e immediatezza d’uso spesso prevale sulla qualità intrinseca dell’ascolto.
Però ricordo che quando acquistavo un LP, per un mese lo ascoltavo fino a consumarlo, godendone ogni dettaglio, esaminandone ogni singola nota, ogni assolo, ogni parola del testo. Oggi non succede più!
La “fast music”
Oggi abbiamo il mondo a disposizione, e proprio per questo la musica è diventata un prodotto di “rapido consumo”, un “fast food” dove il “food” è diventata la musica. Che sia un hamburger di cartone o un brano banale dove il 95% è elettronica e automazione e (se va bene) solo il 5% è afflato creativo, non importa, tanto con un po’ di maionese o una bella batteria “pompata” di sottofondo, nel consumo veloce non se ne accorge quasi nessuno! Troppa informazione rischia di diventare nessuna informazione, con i buoni prodotti che vengono sommersi dal rumore di fondo dell’immondizia mediatico-musicale, o, molto più semplicemente, dall’impossibilità di scegliere di fronte a tanta abbondanza (anche di ottimi prodotti).
Per questo una playlist come quella di Luca Sofri, in questo mondo fatto di possibilità infinite (le tre piattaforme sopra citate contengono ognuna oltre 100 milioni di brani musicali*), è una guida, uno strumento prezioso per raccapezzarcisi in questa indigestione di musica. Un’opportunità per allargare la propria visione, imparando a conoscere autori a noi sconosciuti (la cultura musicale di Luca Sofri è sterminata!), ma soprattutto per mettere a fuoco la nostra attenzione su ciò che vale davvero, su ciò che ancora oggi suscita sensazioni ed emozioni! Per poi magari registrarlo nelle nostre personali playlist (tutte le piattaforme prevedono strumenti per predisporne di personali) e magari condividerle, stavolta per via telematica, con gli altri, per goderne pienamente insieme (evviva la dopamina!)
Emilio Giovenale, fisico, ricercatore e divulgatore della scienza
* Per sentire tutta la musica contenuta in 100.000.000 di brani, ipotizzando una durata media di 3 minuti a brano, servirebbero più di 570 anni di ascolto ininterrotto!
























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