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Peste Nera: ridimensionata l’entità della pandemia grazie allo studio dei pollini

La più famosa pandemia della storia, la peste nera, ha avuto una diffusione molto più frammentaria di quanto crediamo: a dimostrarlo è l’ultimo studio basato sull’analisi del polline fossile condotto dai ricercatori della Sapienza e del Max Planck Institute for the Science of Human History, e pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution

Non c’è dubbio sul fatto che la peste nera abbia causato la morte di milioni di persone in Europa e in Asia, dove si ritiene abbia colpito più del 50% della popolazione (circa 50 milioni di decessi). Il batterio causa della pandemia (Yersinia Pestis) è stato identificato in modo definitivo, grazie agli studi sul dna, ma la distribuzione geografica della peste era ancora una questione aperta. Almeno finché l’ultimo studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza e del Max Planck Institute for the Science of Human History e pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution, non ha dimostrato che la diffusione della pandemia è avvenuta a macchia di leopardo, colpendo duramente delle regioni e in misura minore delle altre.

Gli studiosi sono stati in grado di rivalutare l’impatto demografico provocato dalla peste, grazie all’applicazione di un nuovo metodo, la Big Data Palaeoecology. Questo approccio, basato sull’analisi della sedimentazione dei pollini in bacini idrici, ha consentito di determinare lo sviluppo delle attività agricole prima e dopo la pandemia. Infatti, lo sfruttamento del territorio dovuto alle attività agricole, in epoca preindustriale, dipendeva dalla disponibilità di forza lavoro: terreni molto coltivati attestano la presenza di popolazioni consistenti; al contrario, aree incolte ne dimostrano l’assenza.

Fino ad oggi, i dati su cui ci siamo basati per quantificare il numero delle vittime che questa pandemia ha provocato sono frammentari e provengono da fonti medievali che prendono in considerazione principalmente i contesti urbani, i quali, a causa dell’affollamento e delle scarse condizioni igieniche, hanno sofferto di un maggiore tasso di mortalità rispetto alle aree rurali. Verosimilmente, però, nel XIV secolo, più del 75% della popolazione era rurale.

E’ in questo contesto che interviene la Bdp, che consente di stimare la mortalità utilizzando dati quantitativi utili per fare dei confronti statistici su base regionale. Il gruppo di ricerca ha analizzato 1634 campioni di sedimenti contenenti polline, provenienti da 261 siti (laghi e zone paludose) dislocati in 19 Paesi d’Europa. Al fine di poter comprendere la distribuzione dei pollini tra le diverse zone bioclimatiche europee e poterle collegare ai differenti andamenti demografici, i ricercatori li hanno raggruppati in quattro categorie che descrivono paesaggi specifici legati all’attività umana: coltivazione di cereali, pastorizia, terreni che sono stati ripopolati entro 5-10 anni dall’abbandono, terreni che sono stati ripopolati tardivamente. In questo modo, è stato possibile identificare quattro diversi scenari di cambiamento agricolo post-pandemia: laddove è stato evidenziato un aumento delle coltivazioni, si ritiene che ciò indichi una limitata mortalità per peste nera. Un aumento modesto suggerisce, invece, stabilità o crescita agraria a ritmo lento, mentre un decremento non significativo ha fatto pensare ad una qualche contrazione delle attività agrarie, forse derivante da perdite demografiche più contenute o da sconvolgimenti economici causati dalla peste. Infine, una diminuzione sostanziale, riflette la contrazione dei terreni arabili e la pronunciata mortalità per morte nera.

In questo modo, è stato possibile identificare quattro diversi scenari di cambiamento agricolo post-pandemia: laddove è stato evidenziato un aumento delle coltivazioni, si ritiene che ciò indichi una limitata mortalità per peste nera. Un aumento modesto suggerisce, invece, stabilità o crescita agraria a ritmo lento, mentre un decremento non significativo ha fatto pensare ad una qualche contrazione delle attività agrarie, forse derivante da perdite demografiche più contenute o da sconvolgimenti economici causati dalla peste. Infine, una diminuzione sostanziale, riflette la contrazione dei terreni arabili e la pronunciata mortalità per morte nera.

Dai risultati è emersa una forte variabilità nello sfruttamento dei terreni e, di conseguenza, nei tassi di mortalità tra le regioni europee. In particolare, la Bdp ha permesso di individuare un forte declino delle attività agricole in diverse aree d’Europa, come la Scandinavia, la Francia, la Germania occidentale, la Grecia e l’Italia, confermando l’elevata mortalità già testimoniata da fonti medievali. Allo stesso tempo, l’Europa centrale e orientale, l’Irlanda e la penisola iberica hanno registrato una continuità, se non addirittura una crescita, delle attività sul territorio.

L’applicazione della Bdp ha mostrato che la pandemia non ha interessato tutta Europa allo stesso modo.

La significativa variabilità nella mortalità che il nostro approccio Bdp identifica rimane da spiegare, ma i contesti culturali, demografici, economici, ambientali e sociali locali devono aver influenzato la prevalenza, la morbilità e la mortalità data da Y. pestis”.

Le differenze nella mortalità sono indice di una malattia dinamica, interconnessa fortemente con fattori culturali, ecologici, economici e climatici che ne hanno determinato la diffusione in ciascuna regione europea. “Le pandemie sono fenomeni complessi che hanno storie regionali e locali. Abbiamo visto questo con COVID-19, ora lo abbiamo dimostrato con la peste nera”, sostiene nello stesso comunicato stampa Adam Izdebski, ricercatore del Max Planck Institute.