Bollylab

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Il subcontinente indiano si sta affermando come nuovo centro gravitazionale della ricerca scientifica d’eccellenza. Ma restano ancora delle vulnerabilità da risolvere.

Una produzione accademica aumentata di quasi sei volte in quindici anni, dai 34mila paper del 2010 ai 195mila del 2024. Un balzo non solo quantitativo, ma anche qualitativo, dal momento che il 67% di questi articoli è stato pubblicato su riviste collocate nel top 50% globale. L’ecosistema della ricerca scientifica e dell’innovazione in India sta attraversando una fase senza precedenti nella storia recente, sostenuto da un’agenda politica ed economica che mira a elevare il Paese allo status di nazione sviluppata – Viksit Bharat, dicono loro – entro il 2047, anno in cui si celebrerà il centenario dell’indipendenza. Dopo essere diventata la nazione più popolosa al mondo nel 2023, sopravanzando la Cina, ed essersi consolidata ormai stabilmente come la quinta economia a livello globale, l’India si trova di fronte alla necessità strategica di trasformare questo “dividendo” demografico in capitale umano ad altissima specializzazione. Se da un lato, come dicevamo, si assiste a una crescita quantitativa della produzione accademica, supportata da istituzioni di eccellenza che competono a livello globale in settori come l’astrofisica, l’informatica quantistica e le biotecnologie spaziali e marine, dall’altro il sistema deve fare i conti con vulnerabilità croniche come la spesa per la ricerca e sviluppo, che rimane proporzionalmente stagnante rispetto al prodotto interno lordo, una dipendenza quasi totale da fondi governativi (i finanziatori privati sono ancora molto scarsi) e preoccupazioni etiche legate alla massificazione delle pubblicazioni, problema reso ancora più cogente dall’utilizzo sconsiderato dei Large Language Model per la produzione di articoli. In termini assoluti, al momento il Paese genera circa il 5% di tutte le popolazioni mondiali indicizzate in database di alto profilo come Web of Science; e ancora più indicativo è il dato relativo all’eccellenza assoluta, dal momento che l’India si posiziona oggi al terzo posto a livello mondiale, superata solo da Cina e Stati Uniti, per volume di paper presenti nel top 10% degli articoli più citati. Di questo “salto qualitativo” parlano chiaramente anche le valutazioni del Nature Index 2025, che aggrega i contributi in 145 riviste internazionali di altissimo impatto nei campi delle scienze naturali e della salute: l’India si classifica al nono posto globale, con un tasso di crescita tra il 2022 e il 2023 del 14,5%, superiore perfino a quello registrato dalla Cina. Sebbene rispetto alla popolazione i numeri siano ancora distanti da quelli dei Paesi europei o nordamericani, la ricerca indiana si distingue in domini specifici che riflettono sia le capacità industriali interne sia le agende di sicurezza nazionale, e si posizionano tra le prime tre nazioni al mondo per volume e impatto in scienze applicate, scienze della vita e scienze fisiche; un settore di supremazia inequivocabile è poi la bioproduzione, dal momento che oggi sei vaccini su dieci vengono prodotti in India. È proprio per capitalizzare questa infrastruttura che nel 2024 il Paese ha lanciato la BioE3 Policy, un’agenda che ha l’obiettivo di espandere la bioeconomia nazionale fino a 300 miliardi di dollari entro il 2030, allargando il campo alle biotecnologie spaziali e alla ricerca marina, a sua volta supportata dalla Deep Ocean Mission, focalizzata sull’esplorazione e la bioprospezioni in acque profonde. Altro tema importante e in fase di cambiamento è l’internazionalizzazione della ricerca: gli articoli firmati da co-autori internazionali sono passati dal 23% al 36% nell’ultimo decennio. Tuttavia, insieme alle luci ci sono anche le ombre: ne è un esempio emblematico la ricerca sul CoViD-19, settore in cui nessuno dei 100 articoli indiani più citati è riuscito a penetrare nella classifica dei 100 articoli più citati a livello globale – un dato che suggerisce una carenza di collaborazione trasversale interna che frena la “traduzione” di volumi così imponenti in vero primato. Sempre per parlare di numeri, l’infrastruttura scientifica indiana si poggia su un network di poco più di mille università, il che rende la nazione il terzo maggiore produttore mondiale di dottorati: al vertice si trova lo Indian Institute of Science (IISc) di Bengalaru, seguito dalla rete degli Indian Institutes of Technology (IIT) di Madras, Dehli, Bombay, Kharagpur e Kanpur e dai laboratori statali del Department of Atomic Energy e del Council of Scientific and Industrial Research. Il vero problema sono i denari: la spesa lorda in ricerca è ferma da decenni tra lo 0,6 e lo 0,7% del PIL, e a differenza di altre economie, il 50% dei finanziamenti proviene dal governo federale, mentre il settore privato contribuisce appena per lo 0,2% del PIL. Per tentare di sovvertire questo paradigma, che rischia di bloccare il Paese nella trappola della “media ricchezza”, il governo ha recentemente istituito l’Anusandhan National Research Foundation (ANRF), un nuovo ente strategico con un budget quinquennale corposo la cui gran parte dovrà essere mobilitata da fonti non governative e industria, e introdotto politiche di sburocratizzazione note come Ease of Doing Research e un fondo per l’innovazione dedicato alle startup deep-tech. Un’altra sfida cruciale è rappresentata dal capitale umano: l’India è il più grande serbatoio mondiale per “esportazione” di cervelli scientifici, con oltre 760mila studenti che si sono spostati all’estero nel 2024 e una permanenza dei ricercatori oltre confine che supera il 63%. Su questo fronte, però, complici le dinamiche geopolitiche globali (specificamente le restrizioni sui visti statunitensi e la contrazione del settore IT occidentale), si sta registrando una parziale inversione di tendenza, con un inatteso fenomeno di “ritorno dei cervelli” stimato fino a mezzo milione di ricercatori, e il governo sta provando a prendere la palla al balzo capitalizzando il rientro con partnership aggressive come il Programma VAIBHAV e la Ramanujan Fellowship, mirata al rientro definitivo degli under 40 di alto profilo. I nomi d’eccellenza, d’altronde, non mancano: S. Somanath, artefice del successo della missione lunare Chandrayaan-3, premiato con lo IAF World Space Award, o Gagandeep Kang, i cui studi sono stati determinanti per lo sviluppo dei vaccini indiani contro i rotavirus. Ultimo ma ineludibile punto, quello relativo alla crisi dell’editoria scientifica e all’assillo del publish or perish, che rischia di trasformare il Paese nel mercato d’elezione per l’editoria predatoria: sempre più ricercatori indiani si affidano a riviste “discutibili” che offrono pubblicazioni lampo senza passare per la peer review, tanto che recentemente Scopus ha dovuto espellere ben 335 riviste per preservare il proprio catalogo. A questo si aggiunge la pratica della manipolazione citazionale: nel top 1% dei paper indiani maggiormente citati, il 6% delle citazioni è costituito da auto-citazioni, e la diffusione di ricerche metodologicamente viziate erode le risorse pubbliche e intacca la competitività dell’intera accademia indiana. Un problema che, in realtà, riguarda l’intera comunità scientifica globale, e va affrontato con decisione e risolutezza per evitare una perdita di credibilità difficilmente recuperabile.

Sandro Iannaccone, fisico e giornalista scientifico, docente al Master La Scienza nella Pratica Giornalistica.

Immagine: Gemini