La natura

degli insetti alla Sapienza

Intervista a Pierfilippo Cerretti di Mattia La Torre, Carmine Nicoletti e Diego Parini

All’interno della sede di entomologia, sono conservate le collezioni entomologiche del Museo di Zoologia. Milioni di esemplari con una storia lunghissima. Collezioni provenienti da diverse aree del Mediterraneo, del Medio Oriente e anche dall’Africa costituiscono il tesoro di questo museo. Oggi, più che mai, l’interesse per la biodiversità sta aumentando e forse gli insetti avranno la loro rivalsa, di questo e altro ne abbiamo parlato con Pierfilippo Cerretti, direttore del Museo di Zoologia.

Professor Cerretti ci racconti la storia del Museo di Entomologia 

La storia di questo museo è molto lunga. Deriva dall’archiginnasio pontificio con collezioni molto antiche che sono in parte qui, quelle entomologiche, e in parte al Museo di Anatomia comparata. Possiamo considerarlo un puzzle di diverse collezioni. A queste antiche si sono aggiunte le più recenti del Novecento, come le collezioni di quello che era l’Istituto Nazionale di Entomologia – poi dichiarato ente inutile – e assorbito da Sapienza. Le collezioni derivano da diverse aree del Mediterraneo, del Medio Oriente e anche dall’Africa. 

Quante collezioni sono presenti nel museo?

Le collezioni sono una manciata, a quelle appena dette possiamo citare la collezione di Federico Hartig, fondatore dell’Istituto Nazionale di Entomologia, egli era un lepidotterologo, esperto di falene, farfalle e quant’altro. Ci ha lasciato una collezione molto importante di lepidotteri dell’area mediterranea ed europea. La maggior parte delle collezioni è in formato “magazzino”, ovvero gli esemplari non sono ancora stati identificati. Se vogliamo fare una stima spannometrica degli esemplari conservati qui, possiamo dire di averne circa un milione, non abbiamo un numero preciso perché abbiamo iniziato solo quattro anni fa a schedare e digitalizzare il materiale. 

L’importanza degli esemplari custoditi è data dalla storia o dalla specie?

Una domanda molto interessante, tuttavia dipende. Perché un esemplare museologico può avere diverse sfaccettature: una è sicuramente quella storica, ad esempio dalla zona da cui proviene che magari è diventata inaccessibile; oppure esemplari di specie in via d’estinzione o addirittura estinte. Poi abbiamo il valore intrinseco delle collezioni, ovvero tenere una sorta di diario naturalistico di tutto ciò che accade in un determinato luogo. Noi conserviamo anche del materiale di importante interesse tassonomico, infatti abbiamo 1.200 tipi primari, importanti perché sono esemplari da cui sono state poi descritte nuove specie.

All’interno del museo sono conservati circa un milione di esemplari

Quanto è importante la digitalizzazione?

È fondamentale. Come la intendo io non è solo fotografare l’individuo o la scatola, ma raccogliere tutti i dati del cartellino come la località, il modo in cui è stato raccolto e le coordinate geografiche, così da inserirli in un database. Dopodiché prendiamo una singola foto in alta qualità e aggiorniamo, nell’eventualità, la nomenclatura. In modo tale da avere un collegamento preciso tra nome, foto e cartellino. Al momento abbiamo digitalizzato circa 60 mila esemplari, non sono pochi ma la strada è ancora lunga.

Quante discrepanze riscontrate con i vecchi cartellini?

Se il problema è nomenclatoriale lo si risolviamo aggiornando la nomenclatura, prima si chiamava in un modo ora in un altro. Se invece il problema è tassonomico, ovvero una diversa concezione dell’oggetto biologico, allora serve uno specialista, al quale spediamo il materiale che ci verrà restituito identificato, aggiungendo valore alla collezione. Altrimenti, lo conserviamo e se qualche esperto sarà incuriosito da quel nome potrà richiederlo in prestito per identificarlo.

Si può definire una Open Science fatta di collaborazione?

Diciamo che c’è molta collaborazione, i musei nel mondo sono fatti così, sono aperti, c’è poca gelosia anzi si tende a condividere. Anche io sono uno specialista tassonomo e collaboro con tanti musei, sopra infatti ho metri cubi di materiale da analizzare speditomi da zone africane. Bisogna identificare al meglio la fonte, quello che fanno i musei è proprio questo: conservare l’esemplare essendo garanti della qualità del dato.

Come funziona l’identificazione entomologica?

Si può fare a diversi livelli. Esiste un pre-sorting degli individui che viene fatto in genere quando bisogna immagazzinare il materiale in attesa di essere analizzato. È un lavoro di smistamento grossolano a livello di taxa, ordini e classi. Dopodiché, anche in funzione dei progetti da svolgere, bisogna identificare degli specialisti, soprattutto per i gruppi particolarmente complicati da affrontare. Gli strumenti che si utilizzano sono ancora quelli tradizionali ottocenteschi e sono le chiavi dicotomiche. Le chiavi sono delle tabelle che aiutano, mettendo insieme diverse combinazioni di caratteri morfologici seguendo un percorso ramificato, a raggiungere un ramo terminale e ad assegnare un nome all’animale. Oggi si tende ad utilizzare un approccio integrativo associando l’analisi morfologica a delle sequenze molecolari, tipicamente standardizzate, ovvero il dna barcoding.

C’è molta collaborazione, i musei nel mondo sono fatti così sono aperti, c’è poca gelosia, anzi si tende a condividere

Con le moderne tecnologie a disposizione, come mai è così difficile catalogare tutti gli insetti, è solo una questione legata all’immenso numero di insetti?

Il problema è enorme. Da quando Linneo ha istituito la nomenclatura binomiale sono stati descritti circa un milione e duecento mila insetti, specie più specie meno. Le stime parlano che siamo coperti al dieci per cento, il novanta per cento resta ancora da scoprire. Dove si annida il grosso di questa diversità? Negli animali di piccolissima taglia e di scarso interesse economico – lo riteniamo scarso, ma al momento non sappiamo ancora quantificarlo –, quello che manca da conoscere sono questi moscerini, bagarozzi, vespe da un millimetro che rappresentano l’enormità della diversità. Tutto ciò è dovuto anche allo scarso interesse generale della comunità scientifica. Ora, c’è un piccolo ritorno di interesse grazie alle nuove tecnologie: il dna barcoding, i sistemi automatizzati, la robotica, l’intelligenza artificiale, la tassonomia molecolare. Con questi strumenti si sta cercando di mettere insieme dei protocolli, dei flussi di lavoro che possano permettere di processare grandi quantità di materiale e avere una visione più completa della biodiversità. 

Come mai è aumentata la curiosità e quale può essere il futuro dell’entomologia?

Il crescente interesse è nato dal fatto che si parla a tanti livelli di diversità, ma soprattutto se ne parla come un problema. La perdita di diversità è un problema per il benessere e per l’economia, questa perdita tocca ciascuno di noi, entomologo o meno, cambiando completamente il paradigma. Credo che nei prossimi 20 anni avremo la possibilità di poter dire qualcosa di più chiaro e, forse, di diverso riguardo l’economia delle comunità naturali. Oggi è cambiata la consapevolezza, abbiamo capito che non si può fare a meno della conoscenza. 

Un aspetto molto importante della comunicazione dei musei è avere le collezioni e aprirle al mondo, come gestite questo aspetto?

Questo è il nostro punto debole. Arrivano tante richieste da parte dei cittadini e di scolaresche interessate all’argomento; tuttavia, non sono presenti gli spazi espositivi. In un futuro bisognerà prevedere che il Museo di Zoologia, grazie alla voce forte che stanno avendo in questo momento gli insetti, possa ricavarsi uno spazio per aprire al pubblico in modo più stabile e diretto. Una cosa che piace tantissimo sono le “camminate dietro le quinte”. Con il racconto di aneddoti i visitatori vengono accompagnati tra le collezioni, e non importa se su qualche scatola c’è un po’ di polvere, perché queste visite sono uno degli strumenti che più intrigano per la scoperta un luogo come questo. 

Pierfilippo Cerretti, Entomologo e Direttore del Museo di Zoologia del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza Università di Roma