Tiziana Catarci

Tiziana Catarci: una vita in compagnia di numeri e algoritmi

Direttrice del Diag, il Dipartimento di Ingegneria Informatica, automatica e gestionale di Sapienza, Tiziana Catarci racconta la sua passione per l’informatica e il suo lavoro per diffondere la cultura Stem tra le ragazze

Barbara Orrico

Il suo legame con il mondo dei numeri è molto profondo ed è nato quando era appena una bambina. Ce lo descrive come un universo pieno di sorprese, divertente, così attraente da non poterne fare a meno, tanto da condizionare molte delle sue scelte di vita. Tiziana Catarci, 59 anni, è una donna determinata, lo si capisce subito. Dal 2000 è professoressa ordinaria di ingegneria informatica di Sapienza Università di Roma, attualmente è direttrice del Diag, il Dipartimento di Ingegneria Informatica, automatica e gestionale. Sempre in Sapienza, dal 2010 al 2014 è stata prorettrice per le Infrastrutture e le Tecnologie.

La sua attività di ricerca si è concentrata nei settori dell’HCI (human-computer interaction) e delle basi di dati. Negli ultimi anni si è interessata a etica e intelligenza artificiale, essendo anche tra i soci fondatori di Sipeia, società italiana per l’etica dell’intelligenza artificiale. Ha vinto l’IBM Eclipse Innovation Award. Nel 2014 è stata la prima candidata donna alla carica di Rettore di Sapienza. È stata una delle 100 ricercatrici di “100 Donne per la Scienza” e ha ricevuto il premio dell’associazione Rita Levi Montalcini per la diffusione della cultura scientifica tra le giovani generazioni. Nel 2018 è stata scelta tra le 50 donne role model nel mondo della tecnologia per far parte delle “inspiring fifty”, è stata poi inserita nella lista dei World’s Top 2% Scientists creata dalla Stanford University, mentre quest’anno ha ricevuto il premio internazionale “Le Tecnovisionarie 2021”, promosso da Women&Tech – Associazione Donne e Tecnologie, alla sua XV edizione.

Professoressa Catarci ci incuriosisce sapere come è nata la sua passione per i numeri e l’informatica.

Mi è sempre piaciuto risolvere problemi di matematica, quiz ed enigmi. Ricordo che da bambina mi divertiva tantissimo rispondere agli indovinelli, giocare con i puzzle, leggere libri gialli e scovare il colpevole. Non era difficile immaginare che il mio percorso formativo si sarebbe orientato verso materie scientifiche. Mi sono iscritta a Ingegneria elettronica e, nonostante avessi sempre amato istintivamente la matematica, gli esami di informatica, che allora era agli albori, mi aprirono un mondo nuovo e contribuirono a rendere ancora più chiare le idee su quello che avrei voluto fare. Capii subito che l’informatica permetteva di risolvere problemi, esattamente come quello che vedevo nella matematica da bambina.

L’elenco dei premi e dei traguardi raggiunti è lungo. Oggi qual è l’obiettivo a cui sta lavorando e che vorrebbe aggiungere a quanto già ottenuto?

Continuo a occuparmi di progetti indispensabili per finanziare assegni di ricerca per i giovani e cerco sempre di portare avanti una didattica che possa trasmettere conoscenze ed entusiasmo. Purtroppo, sono sempre delusa dal numero basso di studentesse interessate all’ingegneria informatica. Ad oggi siamo faticosamente riusciti a raggiungere il 15% di studentesse iscritte. Ritengo che sia assolutamente necessario valorizzare le competenze femminili in questo settore. In Italia, come in buona parte dei paesi occidentali, mancano donne nel settore Ict e sono ancora poche le ragazze che intraprendono percorsi formativi in questo ambito. Lo stesso succede nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. La colpa è da attribuire a modelli sociali sbagliati, che hanno finito per non alimentare interesse tra le donne per professioni e carriere nell’Ict, e, aggiungerei, a errori di comunicazione della disciplina: il cuore dell’informatica non è tanto la tecnologia ma il problem solving, quindi la sua capacità di risolvere problemi. Tutto ciò rappresenta una criticità perché la diversità è un valore e non avere un bilanciamento di genere tra le professioni che stanno cambiando il mondo, come quelle legate per esempio all’intelligenza artificiale, è grave. Per questo ho deciso di impegnarmi in prima linea su questo fronte, cercando di diffondere il più possibile la cultura Stem, termine che utilizziamo per indicare le discipline scientifico-tecnologiche, tra le ragazze.

In che modo?

Pubblico articoli scientifici, organizzo incontri e presentazioni per le studentesse, collaboro con organizzazioni pubbliche e private. In particolare, tra le iniziative più recenti, potrei citare la partecipazione a progetti come In Estate si imparano le STEM, promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per la realizzazione di campi estivi di scienze, matematica, informatica e coding rivolti alle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Mi occupo di iniziative volte a promuovere le pari opportunità e a contrastare gli stereotipi di genere nei percorsi scolastici, in collaborazione con il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca. Potrei citare anche il progetto “Inspiring Girls”, che si prefigge di incoraggiare le studentesse a intraprendere carriere di studio e di lavoro in campo scientifico, tecnologico e informatico, o “Women in Motion”, un  progetto lanciato da FS italiane per promuovere la carriera delle donne nelle aree tecniche, e ancora “Girls in Motion”, un’iniziativa che coinvolge una rete di grandi aziende e studentesse di scuole superiori accompagnate nella scoperta dei luoghi dell’eccellenza tecnica italiana. Inoltre, sono membro del Management Committee della COST Action “European Network for Gender Balance in Informatics”.

L’informatica è in grado di risolvere problemi, ma l’Italia in fatto di digitalizzazione e competenze informatiche ha ancora diversa strada da fare. Come ritiene che sia possibile recuperare terreno in modo efficace?

È possibile solo affrontando molto seriamente il problema, senza modificare rotta ad ogni cambio di Governo, quando si butta tutto non solo a livello politico ma anche a livello tecnico. Sul processo di trasformazione digitale del paese è importante che ci sia un piano pluriennale continuativo, che sia portato avanti fino all’ultimo. Sono necessarie regole nuove e vanno eliminate leggi vetuste. Un altro grande problema in Italia è che ogni amministrazione tiene i dati in sistemi chiusi, per esempio dati relativi a cittadini, a progetti ed eventi. In questo modo non si possono integrare ed è proprio quello che bisognerebbe evitare: la data-integration rappresenta il primo passo necessario verso una piena trasformazione digitale. Bisogna perseguire l’interoperabilità delle banche dati, puntare sugli open data. Pensi a quanto tutto questo è fondamentale, per esempio, in ambito sanitario relativamente ai report dei pazienti tra le diverse regioni.

E per quanto riguarda le competenze?

L’altra grande carenza riguarda le competenze informatiche. Mancano in tutto il mondo, non solo da noi. A livello globale mancano milioni di persone altamente qualificate nel digitale. Senza trascurare le competenze specifiche, bisognerebbe valorizzare anche la multidisciplinarietà e quindi favorire la formazione digitale in gran parte dei settori professionali.

Come è possibile garantire una “convivenza ideale” tra l’utilizzo dei dati e la sfera della privacy?

Il problema della protezione dei dati c’è ed è significativo sia a livello privato che pubblico. È un problema che va gestito con delle leggi che ancora non ci sono, il GDPR non è infatti sufficiente. Le ultime linee guida dell’Unione Europea possono però rappresentare un primo step verso una sorveglianza dei dati più efficace, che va oltre il GDPR. Rispondendo alle richieste di una più stretta cooperazione tra le autorità di protezione dei dati, il Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) ha proposto l’istituzione di un gruppo di esperti di sostegno per affrontare la necessità di leggi più adeguate in materia e di una loro rigida applicazione.

Lei dirige il Diag che per dimensioni è il terzo dipartimento più significativo di Sapienza. Quali sono i progetti di ricerca sui cui state lavorando?

In questi anni ho cercato di far crescere il DIAG che ad oggi comprende 90 docenti, 130 studenti di dottorato, circa 70 collaboratori e oltre 2000 studenti.  Vi operano gruppi di ricerca di livello internazionale nelle aree dell’informatica, della sistemistica e del management. L’obiettivo del DIAG è la ricerca di base, con particolare enfasi sulla ricerca interdisciplinare, sulle applicazioni, sul trasferimento tecnologico e sulla valorizzazione dei risultati. Con il CIS, il centro di ricerca in Cyber intelligence e Information Security all’interno del nostro dipartimento, collaboriamo con il Ministero dell’Interno; stiamo lavorando a diversi progetti fintech, quindi sull’innovazione finanziaria resa possibile dall’informatica; abbiamo in ballo molti progetti legati all’industria 4.0 sia con il Ministero dello Sviluppo Economico che direttamente con grandi industrie e le loro catene di produzione.

Per quel che riguarda le attività messe in campo per l’orientamento universitario, avete creato un ambiente virtuale. Di che si tratta?

Sì, studenti e dottorandi hanno creato un ambiente virtuale attraverso cui far vivere l’attività di orientamento come se fosse un’esperienza immersiva. In un ambiente 3D, i visitatori possono scoprire, come in un videogioco, le aree dell’ingegneria nei settori più ambiti, interagire sia con i ricercatori che con gli studenti ed entrare nei laboratori.