Ohsumi

Yoshinori Ohsumi, a piccoli passi verso il Nobel

Già da bambino Ohsumi aveva grande interesse per la scienza. Questa passione lo ha portato alla scoperta del meccanismo che aiuta le cellule a “pulirsi”

Studi che “aprono il percorso alla comprensione di molti processi fisiologici fondamentali, come l’adattamento dell’organismo in caso di fame e la risposta alle infezioni”: questa la motivazione che ha accompagnato il conferimento del premio Nobel a Yoshinori Oshumi.

Ohsumi è nato il 9 febbraio 1945 a Fukuoka in Giappone. La sua formazione come scienziato è cominciata già dall’infanzia, quando sua madre, ammalata di tubercolosi, è stata curata con i nuovi antibiotici – come la streptomicina o l’acido para-amminosalicilico – cosa che ha impressionato il futuro scienziato. Già da piccolo, Yoshinori aveva grande interesse verso la natura e il mondo esterno; suo padre, ingegnere, gli ha trasmesso la passione per la ricerca. Quindi si è iscritto all’Università di Tokyo per studiare chimica e poi biologia molecolare. Ha cominciato le ricerche nel Dipartimento di Biochimica sui ribosomi e sui loro meccanismi di traslazione nel batterio Escherichia coli.

Nel 1974, il primo momento di difficoltà per trovare un lavoro soddisfacente in patria: è stata forse proprio questa “sfortuna” a portare Oshumi sulla strada per il premio Nobel. Lo scienziato si è trasferito a New York e si è dedicato alla fecondazione in vitro dei topi e dopo all’analisi dei meccanismi di iniziazione della replicazione del Dna, scegliendo come soggetti i lieviti.

Nel 1977 è tornato in Giappone e ha continuato il lavoro sui lieviti, studiando la membrana dei loro vacuoli e la loro funzione litica, cioè i processi della dissoluzione delle molecole. Studiando sia lieviti che topi, Ohsumi ha scoperto i meccanismi dell’autofagia, ossia come l’organismo si adatta alle condizioni dello stress e della fame e quanto sia importante questo meccanismo per il normale funzionamento delle cellule, dato che gli animali geneticamente deficienti per i geni dell’autofagia morivano in 12 ore. Yoshinori ha identificato in totale 15 geni essenziali per l’autofagia indotta dall’assenza di sostanze nutritive. 30 anni dopo, proprio per queste ricerche, Oshumi ha vinto il premio Nobel.

Suona tutto molto interessante, ma quale significato ha l’esito delle sue ricerche per l’umanità? Gli esperimenti di Yoshinori Oshumi hanno definito l’autofagia come uno dei processi fisiologici principali che aiuta le cellule a combattere le sostanze tossiche e i virus. Le ricerche svolte sui topi ci permettono di pensare che il meccanismo di “auto-pulizia” delle cellule possa aiutare nella prevenzione del cancro e addirittura influenzi la longevità. Infatti, gli animali sottoposti a periodi di digiuno vivevano più a lungo degli animali con il regime di alimentazione normale. Bisognerà ancora aspettare, però, per comprendere se i risultati sui topi si riscontreranno anche sugli esseri umani; ma l’importanza del fenomeno dell’autofagia è ormai indiscutibile.

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