genere il pronome

Il futuro

del pronome

di Annalisa De Angelis

Da qualche mese, il dibattito tra sostenitori e oppositori dello schwa (si legge scevà, si scrive ə), o altri segni al posto delle desinenze maschili e femminili, per riferirsi ad un gruppo misto e indefinito o a una persona che non si identifica nel binarismo di genere, è molto acceso. Tutti d’accordo con l’intenzione di evitare un linguaggio sessista o discriminatorio, ma alcuni dal mondo accademico spiegano perché, secondo loro, è sbagliato forzare la lingua al servizio di un’ideologia

“Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra” è la petizione di Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana all’Università di Cagliari, lanciata a febbraio su change.com contro l’uso, in italiano, dello schwa, la vocale centrale media dell’alfabeto fonetico internazionale, rappresentata da una e rovesciata (ə) al singolare o da un tre (3) al plurale, quando ci si riferisce a un gruppo di persone eterogeneo e indefinito in termini di genere. 

Ma facciamo un salto indietro per capire da dove nasce la proposta dello schwa. Una decina di anni fa negli ambienti Lgbtqia+, gruppi di attivisti proponevano l’introduzione del genere neutro nella lingua italiana per rivolgersi a una moltitudine mista di persone. Per fare un esempio, una frase come “benvenuti a tutti” in cui si usa il cosiddetto maschile sovraesteso, o “benvenute a tutte e benvenuti a tutti” che piace alle femministe, diventerebbe “benvenutə a tuttə”: lo schwa, o forme alternative come una u, un asterisco, una chiocciola o un trattino, sostituiscono l’ultima vocale che, in italiano, dichiara il genere della parola. Da contesti ristretti, come quelli femministi e Lgbtqia+, la proposta si è diffusa velocemente sul web e molti hanno iniziato a usare lo schwa nei social anche istituzionali (un esempio è il comune di Castelfranco Emilia che lo usa nelle comunicazioni su Facebook), nelle email, fino a comparire a dicembre in un bando pubblico di un concorso per “professorə universitariə”.

La lingua la fa chi la parla: questo è un concetto comune a tutti, sostenitori e oppositori della neutralizzazione dell’italiano

E proprio in risposta a quest’ultimo evento nasce la petizione di Arcangeli che conta quasi 23000 firme tra cui quella dello storico Alessandro Barbero e di Francesco Sabatini e Claudio Marazzini, presidenti dell’accademia della Crusca. I puristi dell’italiano chiariscono la loro posizione contro l’uso dello schwa (e dei suoi omologhi). Alla base del loro discorso c’è il fatto che in italiano il genere grammaticale e quello naturale non sempre coincidono (la parola sentinella, per esempio, è di genere grammaticale femminile, ma può riferirsi anche a un uomo). A chi propone di usare un genere neutro come in latino, gli accademici rispondono che l’italiano non ha una morfologia per esprimere il neutro che, anche in latino, non è quasi mai usato per riferirsi a persone. Anche in inglese, non si usa il pronome neutro it per le persone non binarie ma il singular they. Nel 2012 gli svedesi hanno introdotto il pronome neutro hen accanto al maschile hon e al femminile han, seguiti poi da tedeschi, spagnoli e francesi che hanno proposto pronomi alternativi, non ancora riconosciuti ufficialmente, per le persone non binarie. In italiano, alcune delle soluzioni per il genere neutro, se pur sensate e utilizzate efficacemente in ambiti ristretti, potrebbero essere inappropriate in contesti più generali in cui simboli come l’asterisco o la chiocciola sono usati con altro significato (pensiamo al linguaggio informatico), inoltre non possono essere pronunciate. Altre, come lo schwa o la u, utilizzabili sia nello scritto che nel parlato, potrebbero risultare impraticabili per persone dislessiche o per gli anziani.

Sul fronte opposto, professionisti della comunicazione e linguisti meno conservatori come Vera Gheno, sperimentano la lingua usando lo schwa nei loro articoli e saggi. La casa editrice toscana Effequ, per esempio, ha introdotto lo schwa tra le norme redazionali della collana Saggi pop come “sottolineatura, per ricordare che la lingua può prestare attenzione, all’interno di una moltitudine, ai singoli individui che la compongono e rappresenta uno dei punti di partenza per riflettere e far vivere una lingua, che alla fine dovrà essere sufficientemente ampia ed elastica per descrivere un altrettanto ampio ed elastico stato di cose”.

La lingua la fa chi la parla: questo è un concetto comune a tutti, sostenitori e oppositori della neutralizzazione dell’italiano. Il dibattito è apertissimo, ed è bene che lo sia. Se è vero che “la lingua nasce attraverso un processo naturale a ritmo lentissimo”, per citare il linguista italiano Giacomo Devoto, rispetto a come evolve la società ma non può fare a meno di plasmarsi con essa, quel processo di trasformazione probabilmente è già iniziato e nuovi modelli di relazione e di società lo precedono. 

Chissà se Pasolini avrebbe firmato la petizione “pro lingua nostra” o avrebbe invece sperimentato una riscrittura di Ragazz3 di vita: “Però, a cosə, sta attentə ai mulinelli che te porteno affonno! Er piccolə Genesio m’avrà ‘nteso?”.

Annalisa De Angelis, Studentessa del Master La Scienza nella Pratica Giornalistica della Sapienza Università di Roma