I neurobiologi.

Da Bovet al PNRR, Alberto Oliverio ci fa la storia della Neurobiologia a Roma

di Alberto Oliverio

Daniel Bovet il premio Nobel italiano che portò la psicobiologia in Italia. Il racconto di Alberto Oliverio, suo allievo e successore alla cattedra di psicobiologia della Sapienza. Il peso di un’eredità e di una ricerca “fatta insieme”, che ha permesso alla psicobiologia di essere insegnata al giorno d’oggi nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze Biologiche e di quella specialistica in Neurobiologia

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Se si entra alla Sapienza da viale Regina Margherita, e si procede per pochi passi, si trova, sulla destra, un’ampia scalinata che porta all’ex edificio della Fisiologia Generale (oggi edificio CU026). Nell’androne ci si trova di fronte a una vetrina dove, tra strani apparecchi scientifici degli anni Settanta, alcuni libri e documenti, campeggia la foto di Daniele Bovet. Il nome non dice molto ai più giovani, studenti e docenti che siano, ma Bovet, nato in Svizzera, vissuto in Francia e cittadino italiano  dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato insignito col Nobel nel 1957, ha lavorato a lungo in Italia e ha insegnato psicobiologia alla Sapienza dall’inizio degli anni Settanta sino agli anni Ottanta. È quindi più che giusto che l’odierno Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” gli abbia dedicato un’installazione che ricorda che a pochi metri, nell’aula ad anfiteatro dalle ripide scalinate Bovet insegnò una materia, la psicobiologia, che fino a quel momento era insegnata soltanto nell’Università di California a Irvine da un suo ex allievo, James L. McGaugh. Bovet era molto fiero di avere introdotto in Italia, dominata da una forte tradizione dualista che separava nettamente il corpo dalla mente, una materia decisamente monista tant’è che, provocatoriamente, amava citare una frase di Aldous Huxley secondo cui “il cervello secerne il pensiero come il fegato secerne la bile”.

Bovet insegnò una materia, la psicobiologia, che fino a quel momento era insegnata soltanto nell’Università di California

Bovet era un vero cittadino europeo ante litteram, da giovane aveva lavorato in Svizzera, poi in Francia, a Parigi, nel celebre Institut Pasteur nell’ambito del laboratorio di chimica terapeutica e infine a Roma, nell’Istituto Superiore di Sanità dove, nel 1947 l’allora direttore, Domenico Marotta, lo aveva chiamato a dirigere un grande laboratorio, la “Chimica Terapeutica” dove collaborava con una schiera di ricercatori, biologi, chimici, neurofisiologi tra cui la moglie, Filomena Bovet Nitti che aveva conosciuto in Francia dove era esule, durante il fascismo, al seguito del padre, lo statista Francesco Saverio Nitti. Quando, fresco di laurea in medicina, incontrai Bovet nel 1963 all’Istituto Superiore di Sanità, ero molto emozionato per la gentilezza e comprensione con cui mi ascoltava: mi chiese, in un italiano non facilmente comprensibile per il suo modo di parlare italo-francese sbocconcellato, se avrei preferito lavorare nel campo del sistema nervoso o in un altro di cui non compresi le parole, optai per il primo e mi sono sempre chiesto quale avrebbe potuto essere la mia carriera scientifica se avessi optato per la seconda, non intellegibile proposta. Diciamo pure che il caso mi spinse verso la psicobiologia, quel caso che Bovet, da buon cugino di Jacques Monod, tirava spesso in campo: nella sua autobiografia scientifica, “Vittoria sui Microbi” (Bollati 1991) afferma di aver sempre avuto una grande fortuna, forse anche legata al suo modo di procedere non convenzionale e creativo. Alla fine di un esperimento Bovet suggeriva di passare “all’effetto CocaCola”, vale a dire provare ad accertare l’effetto – potenzialmente imprevedibile – di una qualche sostanza attiva sul sistema nervoso per vedere cosa succedesse… È evidente che i risultati scientifici ottenuti da Bovet erano legati non tanto a un effetto “Coca-Cola”, indicativo di un suo atteggiamento ludico e non serioso, ma a una sperimentazione scientifica rigorosa che lo portò a chiarire il meccanismo d’azione antibatterico dei sulfamidici, quello degli antistaminici o quello dei curari di sintesi che simulavano l’azione delle frecce imbevute di curaro dagli indios dell’Amazzonia e che, da allora sono utilizzati in chirurgia per ottenere un rilassamento muscolare nel corso dell’anestesia. La transizione verso la psicobiologia avvenne attraverso lo studio dei simpaticolitici – che inibiscono la trasmissione adrenergica – e di altre sostanze attive sul sistema nervoso periferico e centrale. Nel 1964, dopo le vicende giudiziarie che portarono a una crisi dell’Istituto Superiore di Sanità, si trasferì a Sassari, dove insegnò farmacologia all’Università, e infine a Roma, dove diresse il laboratorio di Psicobiologia e Psicofarmacologia del Cnr e insegnò psicobiologia alla Sapienza dal 1971 per quasi un decennio. Quello che era ammirevole in Bovet era la sua capacità di resilienza, di adattarsi a situazioni diverse: nel 1964 una possibile chiamata come farmacologo a Roma non andò a buon fine per motivi di rivalità accademica, scelse allora Sassari e si prodigò in un massiccio programma di ricerca cui contribuirono finanziamenti Statunitensi. Quando venne chiamato a Roma dalla Facoltà di Scienze MFN si dedicò al nuovo insegnamento, la psicobiologia, sistematizzando la materia dal punto di vista didattico, dedicandosi con grande entusiasmo alla formazione degli studenti del corso di laurea in Scienze biologiche, intrecciando rapporti di lavoro con colleghi interessati a campi ben diversi: ricordo, ad esempio, i contatti con Edoardo Amaldi, che proponeva di studiare l’effetto dei campi magnetici sulla funzione cerebrale. La presenza di Bovet nella Facoltà di Scienze contribuì a catalizzare gli interessi dei fisiologi e farmacologi nell’ambito di quelle che oggi si chiamano neuroscienze. C’era una totale permeabilità tra il gruppo di ricerca attivo presso il laboratorio del Cnr e l’università cosicché le esercitazioni degli studenti traevano giovamento dalle attrezzature e competenze dei giovani ricercatori attivi presso il laboratorio.

È evidente che i risultati scientifici ottenuti da Bovet erano legati non tanto a un effetto “Coca-Cola”, indicativo di un suo atteggiamento ludico e non serioso, ma a una sperimentazione scientifica rigorosa

Uno degli aspetti principali del gruppo di ricerca in psicobiologia, fu la dimostrazione che alcuni comportamenti avevano importanti componenti biologiche in quanto dipendenti da specifiche differenze del sistema nervoso a livello delle strutture neurobiologiche, dai recettori nervosi alle caratteristiche di alcuni nuclei nervosi cerebrali. Queste differenze possono presentarsi nei loro aspetti estremi, quasi paradossali, in quei ceppi di animali che sono frutto di selezioni o inincroci ripetuti: ma appunto per questo loro carattere estremo, esse rimandano alla molteplicità dei meccanismi attraverso cui il singolo individuo, o se vogliamo il singolo cervello, opera, risolve problemi, ricorda, dimentica. Quando subentrai a Bovet nel 1978 come professore di psicobiologia presso la stessa Facoltà di Scienze provai il peso di un’eredità scientifica così importante. Un’eredità di cui però facevano ormai parte diversi giovani allievi, ricercatori e colleghi che, alla Sapienza come in altri atenei, stavano continuando a lavorare nel campo della genetica del comportamento, della memoria, dello stress, dei rapporti tra mediatori nervosi motivazione e meccanismi di rinforzo. Stefano Puglisi Allegra lavorava nel campo della neurobiologia e del ruolo dei geni nelle sindromi psichiatriche nell’ambito dell’allora Facoltà di Psicologia. Simona Cabib, sempre nella Facoltà di Psicologia, si dedica alla psicobiologia dello sviluppo. Andrea Mele, ora professore di psicobiologia nella Facoltà di Scienze, lavora sui circuiti e meccanismi molecolari alla base della memoria e apprendimento, Aldo Badiani, ora nel Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia, si è dedicato allo studio dei meccanismi delle dipendenze. Paolo Renzi, sempre nella Facoltà di Psicologia, ha elaborato tecniche per studiare il comportamento in condizioni obiettive, un aspetto cui lo stesso Bovet teneva molto.

Quando subentrai a Bovet nel 1978 come professore di psicobiologia presso la stessa Facoltà di Scienze provai il peso di un’eredità scientifica così importante

Numerosi altri ex allievi lavorano oggi in diverse università estere il che, se è un segno della necessaria mobilità nell’ambito delle carriere scientifiche sottolinea anche la difficoltà di inserire i giovani nell’ambito della ricerca italiana, evitando di perdere competenze che hanno richiesto un lungo periodo di formazione. Al giorno d’oggi la psicobiologia viene insegnata nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze Biologiche e di quella specialistica in Neurobiologia. Questa Laurea magistrale ha avuto inizio nel 2004 grazie alla collaborazione didattica e scientifica di colleghi che appartenevano a una serie di Dipartimenti come quelli di Anatomia umana, Biologia cellulare dello sviluppo, Fisiologia umana e farmacologia, Genetica e Biologia molecolare, Biologia. Questa laurea magistrale ha avuto un buon successo che è fortemente legato all’approccio empirico e alla presenza attiva degli studenti nei laboratori della Sapienza e di altre istituzioni come l’Istituto Superiore di Sanità, il Cnr, la Fondazione Santa Lucia, l’Iit, l’Embl, l’Ebri sul territorio, ma anche in istituzioni straniere come, ad esempio, il Karolinska a Stoccolma, il Neurocentre Magendie a Bordeaux o l’Università di Aix-Marseille. L’allargamento dell’area delle neuroscienze della  Sapienza e soprattutto la sua integrazione dipende anche dalla fondazione del Crin (Centro di Ricerca Interdipartimentale in Neurobiologia). Dal 2007, centenario della nascita di Bovet, e anno del congresso inaugurale del Centro, sono ormai trascorsi quindici anni in cui i direttori che sono subentrati, ultimo tra loro Davide Ragozzino, hanno potenziato collaborazioni tra i ricercatori e attività di formazione rivolta, in particolare agli studenti della laurea magistrale e di settori affini. Difficile sintetizzare in poche parole l’attività di ricerca svolta dai ricercatori, appartenenti ai sette diversi dipartimenti di Sapienza, che lavorano nell’ambito del Crin e che raccolgono l’eredità scientifica non solo di Bovet, ma di tanti neuroscienziati – tra cui Vittorio Erspamer – che hanno lavorato a Sapienza. Idealmente questo lavoro di networking ha anticipato la filosofia di rete integrata di ricerca cui si ispira il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), questo è ancora più importante visto il risalto che viene dato alle neuroscienze e la neurofarmacologia come tematiche di interesse nazionale. Le interazioni tra i tanti ricercatori e docenti che oggi appartengono, nell’ambito della Sapienza, all’area psico- e neuro-biologica sono dunque molteplici. Ma al di fuori del panorama “accademico” vorrei rimandare allo spirito ludico, ma anche indicativo della sua passione per la ricerca, con cui Bovet mi dedicò una foto in cui, riferendosi agli studi sulle differenze genetiche cerebrali nei topolini, scrisse: “Forse nulla vale/ Quanto il piacere di una scoperta/ Piccola come un topolino/ Grande come il mondo/ Immensa come l’intelligenza/ Fatta insieme”. È quel “fatta insieme” che rimanda alla dimensione collettiva della ricerca e del rapporto tra docenti e studenti.

Alberto Oliverio, Psicobiologo del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza Università di Roma