l’infinito di Pistoletto al Forum di Milano per la biodiversità
di Mattia La Torre
In occasione del Forum Nazionale della Biodiversità 2025, promosso dal National Biodiversity Future Center a Milano fra il 19 e il 22 maggio, il maestro Michelangelo Pistoletto ha intrecciato un dialogo multidisciplinare sui concetti di arte partecipativa, co-creazione, biodiversità e responsabilità collettiva. Un confronto che ha messo in luce l’urgenza di nuove alleanze tra scienza e immaginazione, natura e cultura, per pensare e abitare il mondo in modo rigenerativo
L’arte come strumento di trasformazione sociale, come spazio fertile per rigenerare il presente e costruire futuri condivisi è stato il fulcro dell’intervento del maestro Michelangelo Pistoletto emerso durante il talk “Il Terzo Paradiso: quando l’arte incontra la natura, l’artificio e reinventa il futuro”, tenutosi il 21 maggio nell’ambito del Forum Nazionale della Biodiversità 2025, promosso dal National Biodiversity Future Center (NBFC), presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
L’incontro ha intrecciato arte, scienza, educazione e filosofia in un dialogo aperto e multidisciplinare. A introdurre l’evento Marina Calloni, Professoressa ordinaria di Filosofia Politica e Sociale all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che ha evidenziato l’urgenza di una visione integrata per affrontare le sfide del presente: “Così come abbiamo bisogno di giuristi, pedagogisti, scienziati – ha affermato – abbiamo bisogno anche di filosofi e artisti”.
L’opera del maestro Pistoletto si distingue per una concezione dell’arte come pratica relazionale e responsabilizzante, tesa a ricucire la frattura tra dimensione estetica e sfera pubblica
Michelangelo Pistoletto, classe 1933, è una figura centrale dell’arte contemporanea italiana e internazionale. Tra i principali esponenti dell’Arte Povera, ha contribuito in modo decisivo alla ridefinizione dei linguaggi artistici a partire dagli anni Sessanta. La sua opera si distingue per una concezione dell’arte come pratica relazionale e responsabilizzante, tesa a ricucire la frattura tra dimensione estetica e sfera pubblica. Con la fondazione di Cittadellarte a Biella nel 1998, Pistoletto ha concretizzato questa visione creando uno spazio di sperimentazione in cui arte, educazione, scienze sociali, economia e politica si intrecciano in una prospettiva trasformativa.
Durante l’incontro, il maestro ha accompagnato il pubblico in un racconto coinvolgente, ripercorrendo le tappe della sua ricerca, a partire dal ciclo dei Quadri specchianti. Queste opere segnano il passaggio da un’arte autoreferenziale a un’arte aperta, riflettente e partecipata. “Volevo uscire dalla solitudine dell’artista moderno – ha spiegato – e cercare chi sono guardandomi in uno specchio. Ma lo specchio è diventato la tela stessa: un luogo dove l’immagine riflette non solo me, ma il mondo intero, il tempo, le persone, la realtà vivente”.
volevo uscire dalla solitudine dell’artista moderno e cercare chi sono guardandomi in uno specchio. Ma lo specchio è diventato la tela stessa: un luogo dove l’immagine riflette non solo me, ma il mondo intero, il tempo, le persone, la realtà vivente
Da questo gesto fondativo nasce un’idea di arte che si fa azione e responsabilità, che interviene nell’esistente per rigenerarlo. Ogni opera, come ogni essere vivente, è un frammento irripetibile, non previsto, una possibilità che si realizza nel momento stesso in cui avviene. È una visione fenomenologica e insieme profondamente politica, che sfocia nel concetto di Terzo Paradiso: un simbolo nato modificando il segno matematico dell’infinito, al cui centro si apre uno spazio vuoto generativo. “Nel cerchio centrale – racconta Pistoletto – si incontrano elementi opposti e nasce qualcosa che prima non esisteva: l’opera, la relazione, la società nuova”.
Questo stesso simbolo è stato il cuore della performance collettiva che ha concluso l’incontro in piazza dell’Ateneo Nuovo, coinvolgendo attivamente le scuole e le pedagogiste del progetto. Curata da Saverio Terruzzi, con la collaborazione di Letizia Luini e Greta Persico, l’azione ha tradotto in forma concreta la visione del maestro: un momento di arte partecipativa e condivisa, in cui il linguaggio simbolico si è trasformato in esperienza vissuta e relazionale. Un atto che ha restituito all’arte il suo potenziale trasformativo, educativo e sociale, rendendola pratica incarnata di un pensiero generativo.
Nel corso dell’incontro, il dialogo fra arte e scienza si è ulteriormente articolato grazie agli interventi di Chiara Anzolini e miei, Mattia La Torre, entrambe ricercatrici NBFC, onorate di poter dialogare con Michelangelo Pistoletto su temi cruciali per il nostro tempo.
Chiara Anzolini ha posto l’attenzione sul rischio di spopolamento dei territori rurali e sulla necessità di valorizzare la biodiversità culturale in connessione con quella naturale. In risposta, Pistoletto ha condiviso l’esperienza della Città Arcipelago, un progetto di Cittadellarte che coinvolge 74 comuni della provincia di Biella, concepiti come isole interconnesse. Una rete territoriale che mira al recupero dei terreni incolti attraverso la creazione di un “catasto umano”: una nuova geografia di relazioni fondata su persone disposte a prendersi cura dei luoghi.
Nel mio intervento ho introdotto il concetto di “One Health”, proponendo una lettura dell’opera del maestro come pratica di cura del vivente nella sua interezza, tra natura, artificio e cultura. Pistoletto ha risposto evocando l’esperienza del tempio multiconfessionale realizzato nell’ospedale oncologico Paoli-Calmettes di Marsiglia, un luogo di spiritualità condivisa, costruito intorno a un cubo specchiante che riflette all’infinito. “È nel finito che troviamo l’infinito – ha detto – ed è nel vuoto lasciato dalle crisi che possiamo creare nuovi spazi di coesistenza”.
L’arte, per Pistoletto, non è mai separata dalla realtà: è un principio attivo di connessione, un linguaggio rigenerativo capace di riannodare le fratture del nostro tempo. La Mela reintegrata, opera collocata davanti alla stazione Centrale di Milano, ne è esempio emblematico: una grande scultura bianca attraversata da una cucitura metallica, simbolo di un possibile ricongiungimento tra natura e artificio. “Non possiamo cancellare l’artificio – ha concluso – ma possiamo usarlo per rigenerare il rapporto con la natura, per riconnetterci alla vita”.
è nel finito che troviamo l’infinito ed è nel vuoto lasciato dalle crisi che possiamo creare nuovi spazi di coesistenza
L’evento si è così concluso con un invito alla responsabilità condivisa e alla creatività trasformativa. Un messaggio chiaro e necessario: è tempo di ripensare il nostro rapporto con il mondo, e l’arte – come pratica viva e generativa – può offrire la chiave per farlo.
Mattia La Torre, biologa RTDa PNRR NBFC della Sapienza Università di Roma
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