La longevità della musica

La longevità della musica

Di Emilio Giovenale         
Leggendo il titolo di questo testo sorge spontanea una domanda: possiamo davvero affermare che la musica abbia una vita propria? E, se sì, possiamo definirne la durata? Possiamo paragonarla alla vita di un essere umano?
Un’opera d’arte, per un essere umano, continua a vivere finchè il suo elemento creativo e le emozioni suscita permangono e continuano a operare su altri individui, generazione dopo generazione. Da questo punto di vista la musica è forse l’arte meno “fortunata”: per lunghissimo tempo è mancato un metodo adeguato per tramandarla, garantendone la sopravvivenza. Eppure, paradossalmente, la musica sembrerebbe l’arte più accessibile, poichè quasi tutti gli esseri umani possiedono lo strumento per esprimerla: il canto.

L’arte, cosiddetta “classica” e la perdita della musica

In quella che chiamiamo cultura classica, riferendoci agli antichi greci, arti come la scrittura, la pittura, la scultura, la matematica (anche l’astronomia era considerata un’arte, in coppia con la geometria), trovarono uno strumento espressivo capace di cristallizzare l’afflato creativo. Per la musica, invece, le cose andarono diversamente. Forse perché in parte veniva associata, come elemento “di accompagnamento” ad altre arti: il canto epico alla storia, la lirica corale alla danza, il canto corale alla poesia amorosa, il canto sacro alle danze rituali, e la musica in genere alla poesia. E anche la tragedia greca era associata alla Musa Melpomene, dal greco antico μέλπομαι che significa “festeggiare con danze e canti”.

Bassorilievo con danza delle Menadi, figure della mitologia greca, seguaci del dio Dioniso. La longevità della componente visuale è evidente, quella della musica è nulla!

Quindi delle tragedie ci restano i testi, ma non i cori, delle danze ci restano i bassorilievi, ma non le melodie su cui le figure ballavano, dei grandi testi epici non ci resta altro che il contenuto storico e letterario, e della poesia solo la metrica, che tanto fa dannare gli studenti dei licei classici, quando scoprono che dopo essere stati costretti a imparare ex novo l’alfabeto greco, coi suoi accenti, devono anche imparare a leggere la poesia cambiando gli accenti originali e seguendo determinati ritmi… e non capiscono perché, perché è difficile spiegare che quei versi, nelle intenzioni degli autori, andavano cantati, ma che della melodia abbiamo perso ogni traccia.

L’opinione dell’esperto

Scrive Alessandro Baricco in Breve storia eretica della Musica Classica (2025), a proposito dei greci:

“Non gli sembrò urgente inventare un sistema per scrivere i suoni che usavano e fissarli per poterli tramandare. Tutta la “musica” che utilizzavano nei loro mille riti , tragedie comprese, è sparita nel nulla perché non pesava nulla […] Non li spaventava il mistero del mondo – praticavano la filosofia – eppure li bloccò il mistero del suono”

La musica, nella Grecia classica, aveva una vita che non andava oltre quella del suo creatore, e nessuno si è preoccupato di elaborare un modo per codificarla, nonostante il genio matematico di Pitagora avesse scoperto gli stupefacenti rapporti matematici che intercorrevano tra le note musicali. Forse, poichè quello Pitagorico era un culto di natura iniziatica, l’idea di dare un’applicazione pratica a tali scoperte, poteva apparire comne una forma di eresia, una violazione della sacralità del mistero.

La nascita della musica classica

È per questo che quando si parla di cultura classica il pensiero va subito alla Grecia antica: a Fidia, Prassitele, Omero, Saffo, Platone, Aristotele, Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, Erodoto, Tucidide… Quando invece si parla di musica classica, la mente si sposta a un’epoca molto più tarda: il 1700. Una nascita che arriva solo dopo una lunga e complessa gestazione, iniziata con la prima forma di notazione musicale ideata da Guido D’Arezzo, nel XI secolo. Fu quella scoperta a rendere possibile, seppur lentamente, la scrittura delle prime dcomposizioni monodiche, come il canto Gregoriano, e in seguito lo sviluppo della polifonia, grazie alla Scuola di Notre-Dame a Parigi.

I musicisti riscoprivano così, con grande lentezza e procedendo per tentativi, quello che Pitagora aveva teorizzato molti secoli prima, ovvero i fondamenti dell’armonia. In questo modo si arriva al XVIII secolo, data di nascita di quella che ormai chiamiamo “musica classica”, non prima che Bach arrivasse a “correggere” le minuscole imprecisioni del sistema musicale pitagorico, col suo “Clavicembalo ben Temperato”.

Da questo momento in poi la musica ci ha fornito opere che definite “immortali”, e autori dalla fama “imperitura”. Queste definizioni hanno un senso ovviamente solo se rapportate alla iniziale asserzione che l’arte vive fintanto che vive almeno un essere umano che la possa apprezzare. Sul fatto che la Nona Sinfonia di Beethoven, o il Don Giovanni di Mozart, o un Notturno di Chopin trovino oggi, a distanza di secoli, e troveranno domani un analogo apprezzamento da parte di chi sappia apprezzare la musica, avrei pochi dubbi, anche se il riconoscimento della grandezza di un’opera non sempre è scontato. Giganti della musica, come Mozart, Mussorgsky, Schubert, sono morti in povertà. E tutti giovani, come se la loro scarsa longevità avesse alimentato invece l’enorme longevità della loro musica.

L’ “altra musica” (tutto ciò che non è classica!)

Stilare una classifica di “longevità” della musica classica sarebbe un’opera impossibile, e forse anche poco sensata. Per cui facciamo un salto di altri 200 anni e andiamo a vedere quali opere possano “meritare” il titolo di “particolarmente longeve” a partire dalla seconda metà del XX secolo, nei più diversi generi musicali. In Italia un’opera musicale è protetta dal diritto d’autore per un periodo di settant’anni dopo la morte del suo creatore. Se confrontiamo questa durata con quella di un brevetto, che garantisce protezione per soli vent’anni, emerge chiaramente come la musica, almeno dal punto di vista commerciale, sia considerata un bene destinato a una longevità ben superiore rispetto alla tecnologia. Probabilmente perché meno soggetta a evoluzioni così rapide, anche se il panorama musicale ci ha proposto spesso delle vere rivoluzioni nel giro di pochi anni. Quante di queste però permangono per tempi così lunghi?

Il blues e il jazz

Prima del 1950, le uniche forme musicali alternative alla classica erano probabilmente il blues e il jazz. Si trattava però di forme musicali popolari, spesso create da musicisti privi di una formazione accademica che permettesse loro di “scrivere” la musica. Inoltre, in questi generi la componente “improvvisativa” occupava un ruolo centrale. Per fortuna la tecnologia, grazie anche allìinvenzione di Edison, aveva già messo a disposizione strumenti per “registrare” il suono, permettendo così di salvare una parte preziosa del patrimonio musicale e culturale di quel periodo.

A parte gli studiosi di storia della musica, pochi amatori hanno avuto la fortuna di ascoltare le registrazioni di inizio Novecento, ma alcune di queste hanno avuto nuova vita grazie alla loro “riscoperta” e al riutilizzo in tempi più recenti, come il famoso ragtime “The Entertainer” di Scott Joplin, composto nel 1901, ma utilizzato come colonna sonora nel famoso film “La Stangata” con Paul Newman e Robert Redford.

Gli “standard” come testimonianza di longevità e vitalità

Nel caso del jazz, esiste una sorta di canone che non nasce dai critici musicali, ma “dal basso”, da chi la musica jazz la suona davvero:  si tratta dei i cosiddetti “standard jazz”, che vengono così definiti in dizionari specializzati e da musicisti esperti:

A “standard” is a composition that is held in continuing esteem
and is commonly used in musical repertoires
O anche:
A “jazz standard” is a composition that is held in continuing esteem
and is commonly used as the basis of jazz arrangements and improvisations.

Quindi oltre all’apprezzamento a distanza di anni (continuous esteem) e l’uso in repertorio (che certifica che è vivo e suonato, non solo ascoltato), ciò che davvero caratterizza uno standard jazz è la sua capacità di generare nuova creatività. Attraverso arrangiamenti e improvvisazioni, infatti, ogni esecuzione rinnova il brano, donandogli nuova linfa e trasformandolo in qualcosa di inedito, pur mantenendo intatta l’eredità del passato. In quest’o’ottica contesto è difficile, quasi quanto per la classica, azzardarsi a dire quali siano gli standard più famosi, anche perché ognuno di essi, a seconda del musicista che lo suona, può diventare un brano completamente differente. Qui ve ne elenco alcuni, frutto di una scelta arbitraria, ma sono sicuro che molti li conosciate anche voi, a dimostrazione della loro longevità.

Una contestabilissima “hit parade” degli standard

My Foolish Heart, di Victor Young e Ned Washington –  Suonata da da Bill Evans


Proseguo nella mia personale lista, senza integrare i video per non appesantire la pagina, ma cliccando sul nome del brano potete aprire il relativo file youtube:

A proposito di quanto dicevamo prima riguardo al fatto che ogni interpretazione di uno standard può essere un pezzo completamente diverso, provate a confrontare quest’ultimo con la versione di Michel Petrucciani:

Gli anni ’60 e la nascita del “mito”

Arriviamo ora ai brani che possiamo definire “cult”, quelli rimasti impressi nella memoria collettiva, anche alcuni sono tuttora coperti da copyright. Anche in questo caso dovremo limitarci a citare solo alcuni dei numerosissimi esempi di brani leggendari, giunti fino ai giorni nostri senza aver perso un briciolo del loro fascino, sebbene siano cambiati gusti e sensibilità del pubblico.

Si potrebbe iniziare con il “mito” di Elvis Presley, con brani come Love Me Tender, o Can’t help falling in love, e a seguire con icone leggendarie come i Beatles. Come non ricordare Yesterday, una delle canzoni più conosciute al mondo, che da il titolo anche a un film del 2019, in cui un musicista si trova catapultato in una realtà alternativa in cui i Beatles non sono mai esistiti .


E dopo i Beatles? Nella musica rock non possiamo certamente dimenticare i Pink Floyd, e il loro Another Brick in the Wall, il cui potenziale evocativo fa venire i brividi ancora oggi.


O anche il meraviglioso assolo vocale di Clare Torry in The Great Gig in the Sky, sempre dei Pink Floyd. Se volete saperne di più di questo capolavoro, considerato dalla rivista Rolling Stone il secondo miglior solo vocale della storia del Rock, pagato solo 30 sterline, potete trovare dei dettagli e parecchie curiosità a questo link.

E sapete chi occupa il primo posto della succitata classifica di Rolling Stones?
Lui, l’indimenticabile Freddy Mercury, il cantante dei Queen, in Bohemian Rhapsody


Differenza tra fama e longevità

Poi bisogna discutere se “più famoso” significhi “migliore”, e se la fama, sul lungo termine, regga il confronto con la qualità. Un esempio emblematico è quello del geniale compositore di un capolavoro come Tubolar Bells, Mike Oldfield, artista di nicchia che otterrà un successo planetario solo con Moonlight shadow, di certo non al livello delle sue migliori composizioni. Peraltro, certamente non scritta a causa di un impoverimento creativo: sullo stesso LP un lato contiene a stento gli oltre 20 minuti la stupenda suite Crises, mentre lìaltro una serie di canzoni, con i tre minuti di Moonlight Shadow. Come dire, uno per la gloria e uno per la pagnotta!

Un brano, che invece sembrava dover avere un successo effimero, ed è invece diventato una icona della musica anni Ottanta, è Africa dei Toto, di cui abbiamo già parlato su questa rivista [Star, anno II, n. 10-11, 2023, pag. 130]

Allo stesso modo se analizziamo la musica di un gruppo leggendario come i Genesis, non possiamo non notare che i brani più famosi siano quelli legati al loro secondo periodo, più “commerciali”, quando nei loro primi dischi ci sono dei veri e propri capolavori, come Firth of Fifth. Ebbene lo confesso, lo uso come suoneria per il mio cellulare! Il brano dura quasi 10 minuti, ma in effetti potrebbero essere più brani, totalmente differenti, ma collegati tra loro da una maestria tecnica ed una creatività musicale eccezionale


E in Italia?

Lo spazio a nostra disposizione sta per finire, per cui vorrei ricordare tre brani di autori che hanno fatto la storia della musica italiana “longeva”: Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Fabrizio De André.
Essendo anche in questo caso assai difficile decidere quale siano i brani più belli, è preferibile sceglierne tre il cui messaggio rimane tristemente attuale ancora oggi.

Stiamo parlando di L’anno che verrà di Lucio Dalla


…di Generale di Francesco De Gregori


… e de La guerra di Piero di Fabrizio De André


Ce ne sarebbero tante altre da citare, ma ognuno di voi può sicuramente creare la sua lista e postarla nei commenti per poterne discutere

Nell’universo nulla è eterno, anche se i tempi in gioco sono incommensurabilmente lunghi se paragonati ai tempi che sperimentiamo come esseri umani, l’entropia fa il suo corso e tutto è destinato a finire, ma finché ci saranno uomini che condividono emozioni, sentimenti, stupore, l’arte sopravvivrà ai suoi creatori e renderà anche loro “eterni”!

Emilio Giovenale, fisico, ricercatore e comunicatore della scienza.

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