Stefano Benni e il segreto della longevità
Di Emilio Giovenale
Il 9 settembre ci ha lasciato Stefano Benni. Ci ha lasciato dopo una crudele e lunga malattia, che lo aveva privato anche di quella che era la sua caratteristica principale, la capacità di comunicare. E Stefano Benni sapeva comunicare, e lo sapeva fare benissimo, con una tecnica stilistica innovativa e fenomenale, capace di evocare mondi e atmosfere visionarie, che pone fra i grandi della letteratura italiana contemporanea.
Chiunque abbia incrociato la sua strada ha avuto modo di raccontare di lui questa caratteristica unica, che gli permetteva di farti ridere, ma insieme riflettere, e di presentarti la sua visione del mondo, attraverso quella che si potrebbe definire un’amara filosofia, che univa la consapevolezza del limiti dell’uomo a una smisurata compassione per le sue inadeguatezze. E questa compassione era palpabile anche quando il suo humor si faceva duro, senza però mai sconfinare nella cattiveria o nella malizia, come si può facilmente capire dagli articoli scritti per “il manifesto” (un giornale non certo “tenero”), ove la critica appariva orientata più alla redenzione dall’errore e all’attacco contro chi lo commetto.
E chi non ha avuto l’onore di conoscerlo di persona lo ha però fatto attraverso i suoi libri, che dicono tanto di lui, nonostante la sua naturale riservatezza.
Ci ha lasciato proprio quando, secondo il corriere di Bologna, l’università di Perugia, con cui collaborava per progetti di inclusione sociale, stava per assegnargli una più che meritata laurea honoris causa.
Meritata perché leggendolo si evince la multiformità della sua cultura e la profondità della sua scrittura, sia nei contenuti che nella forma, talora stupefacente. Basti pensare alla sua capacità di coniare neologismi evocativi, a partire da parole di uso comune, puntuali, ficcanti, talora caustici. Alcuni semplicemente esilaranti, come la famosa “Lambroturbo”, una mitica moto “Lambretta”, elaborata quel tantino che bastava per farla procedere unicamente sulla ruota posteriore (e rigorosamente senza freni), razze canine come il Salsicciometiccio, il Rasoterrier, lo Stronzhound, il Botulus Lutulus e l’Involtino di Pomerania, la definizione terrificante del “gruosauro giallo” intento a costruire megacondomini… Il suo giocare con sostantivi e verbi per vedere il mondo da una prospettiva diversa, fino a emulare un flusso di coscienza alla Joyce, nella mente malata di un uomo fuggito da un manicomio, ma probabilmente più saggio della media dei protagonisti! Un funambolo della lingua, un acrobata delle descrizioni “alternative”, di cui vorremmo qui ricordare quello che probabilmente è uno dei più riusciti “incipit” della letteratura italiana contemporanea, quello di Comici, spaventati, guerrieri (1986), in cui Stefano Benni descrive il segreto per avere una vita lunga:
Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo compleanno svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. Se ci si sveglia anche solo una volta in meno non si recupera più, si sputa la pallina, consummatum est, diceva Lucio che era stato professore di latino e italiano, ed era inoltre Curioso in altre scienze, le naturali, le filosofiche le zoologiche (in particolare i batteri), la botanica urbana, i cinesi, il concetto di inizio finale. Lucio Lucertola sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa. Un canto melodioso e trionfale lo accompagna. Le stesse cellule senza scrupoli che riempiono di ghiaia arterie e articolazioni del vecchio Lucio, animano il risveglio entusiasta del suo giovane canarino. In un bicchiere sul comodino Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una notte. Con un colpo di pettine lusinga i trenta capelli superstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque nei dintorni. Ora, proteso sul bianco dell’abisso, sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pantofole. Tam citus prosilit, nuc prolapsa prostata. Ama comporre versi, il mattino. Si infila gli occhiali. Si avvicina alla tenda della finestra, la squarcia. Appare al mondo, e il mondo gli appare
Cosa commentare? L’idea geniale della necessità vitale di una simmetria tra sonno e risveglio? O la descrizione stessa del risveglio e dei suoi riti, ove ogni debolezza del corpo, ormai vecchio e usurato, è trattata con una vena di ironia che, insieme a un sapiente uso delle metafore, rende meno “dolorosa” la descrizione. È brillante l’uso dell’aggettivo “Curioso” in un contesto anomalo. Le metafore si fanno sempre più ardite, dalla ghiaia nelle arterie e articolazioni, al risveglio del canarino, dal sorriso nel bicchiere al dorato arcobaleno… L’uso dei verbi è inserito in contesti paradossali: il pettine che lusinga, l’arcobaleno che si imbizzarrisce, per concludere con un avverbio che riassume il risveglio alla vita quotidiana di un vecchio: “eroicamente”! Chiude l’incipit un chiasmo che funziona fisicamente come un sipario sulla nuova giornata.
Stefano Benni ci descrive in poche righe, in maniera viva e pulsante, la vera esistenza di un anziano, fatta di carne e dolore, ma lo fa riuscendo a sublimare gli aspetti sgradevoli, filtrandoli con l’ironia e con un uso talmente sapiente del linguaggio da fornirci un quadro quasi gioioso. Questo sicuramente stimola il lettore a procedere nella lettura, per scoprire quali altre trovate l’autore abbia ancora in serbo per noi. E questo è lo scopo vero di un incipit!
Grazie, Stefano per tutto quello che di te ci hai regalato nei tuoi libri!
Emilio Giovenale, fisico, ricercatore e comunicatore della scienza.






















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