Martin J. Evans

Martin J. Evans, il genetista che da bambino sognava il Nobel

La storia di Martin J. Evans, da ragazzo curioso a rinomato genetista: gli viene assegnato il Nobel nel 2007 per le sue scoperte sulle cellule staminali embrionali, che hanno rivoluzionato tutti i settori della biomedicina, dalla ricerca di base allo sviluppo di nuove terapie

C’era una volta un bambino che sognava il Nobel, come chissà quanti prima e dopo di lui. Si chiamava Martin Evans, ed è uno di quelli che ce l’hanno fatta: nel 2007 gli è stato assegnato il Nobel per la Medicina, insieme a Mario Capecchi e Oliver Smithies, per lo sviluppo della tecnologia del gene targeting nelle cellule staminali di embrioni di topo. Le ricerche di Evans, Capecchi e Smithies hanno permesso di realizzare i primi topi con mutazioni ereditabili dalla progenie, usati nei laboratori di tutto il mondo per studiare i meccanismi delle malattie genetiche. “È un sogno d’infanzia che si avvera”: così Evans ha commentato l’assegnazione del premio.

Evans non ricorda esattamente quando ha capito che voleva fare lo scienziato, ma certamente è avvenuto ancora prima di iniziare la scuola. Forse aveva già uno spirito indagatore quando, da bambino, collezionava fiori, leggeva vecchi libri di scienza e si dedicava a improbabili (e spesso pericolosi) esperimenti di chimica.

Nasce il primo gennaio del 1941, a Stroud, in Inghilterra, da madre insegnante e padre meccanico. Erano gli anni della guerra: i suoi genitori, in fuga dai bombardamenti, si erano ritirati in un piccolo cottage rurale nel villaggio di Wareside. È qui che Evans colloca i suoi primi ricordi, tra cui quello che descriverà come il “primo esperimento”: mescolare sabbia, cemento e acqua. Voleva capire come l’acqua rendesse solida la miscela. Ma non funzionò: il piccolo Martin aveva aggiunto troppa acqua.

Neanche la sua carriera scolastica inizia sotto i migliori auspici. Dopo la guerra, si trasferisce con la famiglia a Raynes Park, pronto per il primo giorno di scuola. E invece una brutta appendicite, la parotite contratta durante il ricovero e una serie di infezioni successive lo bloccano a letto per lunghi periodi. A sette anni, un nuovo trasloco, una nuova scuola e tante lezioni extra lo aiutano a rimettersi in pari. Compagna di questi anni è la passione per la chimica, che qualche volta lo mette in situazioni pericolose: tra le altre cose, Evans tenta ad esempio di costruire un missile, con annessi “spettacolari fallimenti esplosivi”.

Se fino a quel momento la scienza è stata poco più che un gioco, alle scuole medie diventa materia di studio. I suoi corsi preferiti sono fisica e chimica, ma non disdegna la biologia. Dopo la scuola, vince una borsa di studio all’università di Cambridge, dove si appassiona alla botanica e alla biochimica. La salute gli gioca ancora un brutto scherzo: una febbre ghiandolare gli impedisce di sostenere l’esame finale e probabilmente anche di ottenere il posto da ricercatore nella sua università. Riesce comunque a laurearsi e a vincere una borsa allo University College di Londra. È l’inizio di uno straordinario percorso negli ambiti della genetica e dello sviluppo dei vertebrati, che alla fine lo porterà al Nobel. Forse è stata proprio quella febbre ghiandolare capitata nel momento sbagliato a decidere il suo destino.

Nobel
Sir Martin J. Evans riceve il Nobel per la Medicina nel 2007. Credits: www.nobelprize.org

Dopo uno stimolante dottorato, continua le sue ricerche nella stessa università fino al 1978, quando si sposta a Cambridge. Qui, insieme al collega Andrew Kaufman, scopre come isolare e mantenere in coltura le cellule staminali embrionali di topo. Con la ricerca che gli è valsa il Nobel ha mostrato che si possono introdurre o cancellare geni nelle cellule staminali dell’embrione per generare un topo che porti la mutazione di interesse in tutti i tessuti, compresi quelli che formano i gameti. Con questa tecnologia, è possibile realizzare linee di topi transgenici che trasmettano la mutazione ai loro discendenti. Il contributo di Sir Martin Evans alla scienza biomedica è incalcolabile, poiché questi topi vengono ormai usati in tutto il mondo, come modelli per una varietà di malattie con base genetica.

Il bambino cagionevole che giocava con gli esplosivi oggi ha 78 anni e dirige la School of Bioscience all’università di Cardiff. Il suo sogno d’infanzia si è avverato: vincere il Nobel per lui è stato come “segnare un goal alla coppa del mondo”, ma nel profondo continua a essere “quel piccolo ragazzo gentile dall’indole curiosa”.