La scrittura come riciclaggio neuronale

Di Alberto Oliverio

La scrittura è relativamente recente nella storia umana e, per questo, non esistono aree cerebrali evolute specificamente per leggere e scrivere. Il cervello sviluppa queste capacità grazie alla sua plasticità, riutilizzando e adattando circuiti neurali nati originariamente per altre funzioni. Questo processo di riorganizzazione mostra come abilità culturali complesse possano emergere dall’adattamento di strutture già presenti nel sistema nervoso.

L’acquisizione della scrittura rappresenta una tappa relativamente recente nella storia umana, soprattutto se confrontata con l’antichità del linguaggio parlato. Mentre le basi neurali del linguaggio hanno radici evolutive profonde – come indicano i reperti fossili che dimostrano un’asimmetria emisferica cerebrale funzionale al linguaggio già nei nostri lontani antenati (con un emisfero sinistro specializzato) – la scrittura è una pratica molto più giovane, risalente ad appena 6-7000 anni fa. Questo lasso di tempo, in termini evoluzionistici, è insufficiente perché la selezione naturale possa aver favorito lo sviluppo di strutture cerebrali specificamente dedicate alla lettura e alla scrittura. In altre parole, non esistono aree del cervello evolutesi appositamente per leggere e scrivere.

Mentre le basi neurali del linguaggio hanno radici evolutive profonde la scrittura è una pratica molto più giovane, risalente ad appena 6-7000 anni fa. La capacità di leggere e scrivere non si basa quindi su circuiti neurali evolutisi ad hoc, ma piuttosto su un processo che Stanislas Dehaene ha definito “riciclaggio neuronale”. Questo concetto implica che il cervello umano, per acquisire questa nuova competenza culturale, ha riutilizzato e adattato circuiti neurali originariamente evolutisi per svolgere altre funzioni. La scrittura, dunque, è un esempio – e non il solo – della “cooptazione” di aree corticali preesistenti che, grazie alla plasticità del sistema nervoso, si sono fatte carico di questa nuova funzione.

Questo processo di riciclaggio riguarda essenzialmente la corteccia parietale, un’area cerebrale notoriamente cruciale per l’orientamento spaziale, la percezione delle relazioni della distanza e posizione degli oggetti e la coordinazione motoria fine che ci permette di agire manipolandoli. Queste sono esattamente le competenze necessarie per tracciare i segni grafici che compongono lettere e parole. Quando scriviamo, dobbiamo infatti controllare con precisione i movimenti della mano per creare forme specifiche orientate nello spazio (verso l’alto, il basso, destra, sinistra). Non sorprende, quindi, che la corteccia parietale si attivi durante l’atto della scrittura e che questa attivazione si verifichi sia in risposta a stringhe di lettere che formano parole dotate di significato, sia a sequenze di lettere casuali e prive di senso, il che indica che il suo coinvolgimento è legato proprio all’aspetto motorio e spaziale del tracciamento dei segni, più che all’elaborazione semantica.

Il processo di riciclaggio neuronale riguarda essenzialmente la corteccia parietale, un’area cerebrale notoriamente cruciale per l’orientamento spaziale, la percezione delle relazioni della distanza e posizione degli oggetti e la coordinazione motoria fine che ci permette di agire manipolandoli.

Un altro aspetto fondamentale del riciclaggio neuronale per la scrittura riguarda il sistema di riconoscimento visivo. Il nostro cervello possiede meccanismi altamente sofisticati per riconoscere oggetti e volti nel nostro ambiente. Una caratteristica importante di questo sistema è la sua capacità di generalizzazione speculare (o invarianza speculare): siamo in grado di riconoscere un volto o un oggetto familiare indipendentemente dal suo orientamento o dal fatto che sia visto direttamente o riflesso in uno specchio. Questa abilità, che dipende dall’area del giro fusiforme, situata nella corteccia occipito-temporale dell’emisfero sinistro, è estremamente utile per la sopravvivenza e l’interazione con il mondo fisico. Tuttavia, le caratteristiche funzionali di quest’area, che è anche implicata nel riconoscimento visivo delle parole, possono diventare un ostacolo nell’apprendimento della lettura e della scrittura. Lettere come ‘b’ e ‘d’, o ‘p’ e ‘q’, sono infatti l’una l’immagine speculare dell’altra, ma rappresentano suoni diversi e devono essere distinte. Per imparare a leggere correttamente, il nostro cervello deve quindi “disimparare” o sopprimere questa tendenza innata alla generalizzazione speculare, per quanto riguarda i caratteri scritti.

Questo processo di “ri-specializzazione” spiega perché molti bambini, nelle prime fasi dell’apprendimento della letto-scrittura, incontrino difficoltà nel distinguere queste lettere speculari.

In conclusione, attraverso la plasticità cerebrale, aree che si sono evolute per funzioni fondamentali come l’orientamento spaziale e il riconoscimento visivo degli oggetti sono state riconvertite e adattate per supportare una complessa e potente abilità simbolica, dimostrando ancora una volta la notevole capacità del cervello umano di apprendere e modificarsi in risposta alle esigenze culturali.

Devlin, Joseph T.; Jamison, Helen L.; Gonnerman, Laura M.; Matthews, Paul M. (2006-06-01). “The role of the posterior fusiform gyrus in reading”. Journal of Cognitive Neuroscience. 18 (6): 911–922. doi:10.1162/jocn.2006.18.6.911Dehaene, Stanislas; Cohen, Laurent (2011). “The unique role of the visual word form area in reading”. Trends in Cognitive Sciences. 15 (6): 254–62.  doi:10.1016/j.tics.2011.04.003

Alberto Oliverio, psicologo e professore emerito di psicologia della Sapienza