From India with love
il racconto dei Nobel indiani
di Emilio Giovenale
L’India ha avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo della cultura e della scienza moderne. Dalla stagione del Rinascimento del Bengala fino alla diaspora del secondo dopoguerra, il paese ha formato studiosi, scienziati e intellettuali che hanno dato contributi decisivi alla conoscenza scientifica, umanistica e sociale a livello internazionale. Oggi questa tradizione continua, sostenuta dalla crescita delle istituzioni di ricerca e dal rinnovato protagonismo dell’India sulla scena globale.
I Nobel indiani
Il contributo dell’India al progresso scientifico e culturale dell’umanità è testimoniato dal numero di premi Nobel assegnati a cittadini indiani o a indiani che, per vari motivi, si sono trasferiti all’estero (la cosiddetta “diaspora” post-indipendenza).
Rabindranath Tagore è stato primo indiano e in generale il primo “non occidentale” a ottenere il premio Nobel, quello per la Letteratura, nel 1913.
In campo scientifico, invece, ricordiamo l’incredibile lavoro di Chandrasekhara Venkata Raman, a cui nel 1930 viene assegnato il Nobel per la fisica, e che ancora oggi ricordiamo per l’effetto che porta il suo nome, che descrive la diffusione anelastica di fotoni.
Entrambi questi studiosi testimoniano quanto fosse solida la struttura culturale delle istituzioni locali nonostante la dominazione straniera. Nel periodo in cui vissero in India Tagore e Raman, la cultura bengalese – il cosiddetto “Rinascimento del Bengala” – fu un motore fondamentale di sintesi tra spiritualità orientale e razionalismo occidentale.
Va tuttavia ricordato che entrambi provenivano da famiglie colte e socialmente privilegiate, in una società nella quale l’istruzione ha storicamente rappresentato uno dei principali strumenti di mobilità sociale e prestigio culturale. La formazione di una nuova élite intellettuale, insieme allo sviluppo di istituzioni scientifiche moderne, rese possibile a Raman svolgere le sue ricerche prevalentemente in India.
La diaspora
Con l’ottenimento dell’indipendenza indiana nel 1947, inizia la cosiddetta “diaspora” in seguito alla quale molti talenti indiani si trasferiscono all’estero per poter accedere a risorse di ricerca allora assenti in India. Questo fenomeno ha creato una sorta di “India globale”, attraverso cui la cultura indiana si è fusa con le infrastrutture accademiche di eccellenza americane ed europee.
Rappresentanti di questa generazione sono sicuramente Har Gobind Khorana, che ha ottenuto il premio Nobel per la medicina nel 1968, per le sue ricerche sulla descrizione del codice genetico e sul suo ruolo nella sintesi proteica, oltre a numerosi riconoscimenti negli USA, in Inghilterra e in India.
Anche Subrahmanyan Chandrasekhar, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1983, appartiene alla diaspora. Le sue ricerche in astrofisica hanno dato il nome al “Limite di Chandrasekhar”, cioè la massa massima entro cui una stella può concludere la sua evoluzione come nana bianca. Se una stella supera questo limite è desinata invece a collassare in una stella di neutroni o in un buco nero. Il suo nome è oggi legato anche al Chandra X-ray Observatory, telescopio spaziale per l’osservazione nei raggi X, lanciato nello spazio nel 1999.
È significativo notare che Chandrasekhar era il nipote di Raman, e che la sua formazione fu influenzata dalla figura dello zio. Tuttavia, questa è anche la testimonianza del fatto che in India far parte di una famiglia ricca e colta poteva facilitare l’accesso ad una istruzione di alto livello.
Le ultime generazioni
Nato in India dopo l’indipendenza, ma emigrato dopo la laurea in fisica per poter accedere ai laboratori occidentali, troviamo anche Venkatraman Ramakrishnan, premio Nobel per la Chimica nel 2009 per i suoi studi sulla struttura e sulla funzione dei ribosomi tramite cristallografia a raggi X.
Le Medaglie Fields
Se poi volessimo completare il quadro, aggiungendo gli studi in campo matematico, area non coperta dal premio Nobel,
possiamo citare due vincitori di origine indiana della Medaglia Fields (il più prestigioso riconoscimento in campo matematico, assegnata ogni quattro anni): Manjul Bhargava, vincitore nel 2014 e Akshay Venkatesh vincitore nel 2018. Bhargava in particolare ha attinto anche alle
radici culturali antiche della matematica indiana. L’India ha infatti una millenaria tradizione nella matematica speculativa (ove nascono concetti come lo zero e il sistema decimale) che oggi torna alla luce nell’opera di Bhargava.
Gli altri Nobel indiani
In parallelo con i successi in campo scientifico, tra gli anni ‘70 e gli anni ’90 del secolo scorso in India si poteva osservare una grande attività in campo umanitario, per la tutela dei diritti dei più deboli, che è testimoniata dal premio Nobel assegnato nel 1979 a Madre Teresa di Calcutta (che pur essendo di origine albanese può a pieno diritto essere ritenuta indiana d’adozione!); e dal Nobel per l’Economia nel 1998 a Amartya Sen, colui che ha rivoluzionato le teorie economiche andando oltre la concezione “walferista” che riconduce il benessere a aspetti soggettivi.
Amartya Sen ha sviluppato una teoria dei “funzionamenti” che al contrario si basa sulla realizzazione di certe dimensioni oggettive, ossia risultati acquisiti dall’individuo su piani come quello della salute, della nutrizione, della longevità, dell’istruzione, spostando la prospettiva verso l’effettiva tutela degli aspetti centrali dei diritti umani.
È infine doveroso ricordare il premio Nobel per la Pace assegnato nel 1989 al Dalai Lama, come riconoscimento della sua lotta non violenta contro l’occupazione cinese del Tibet e per il suo impegno a favore della liberazione del suo popolo, promuovendo la pace, la tolleranza e la salvaguardia della cultura tibetana. In un certo senso questo riconoscimento contribuì anche a colmare una ferita simbolica: la mancata assegnazione del Nobel a Mahatma Gandhi. Durante la cerimonia il presidente del comitato definì infatti il premio al Dalai Lama “un tributo alla memoria di Gandhi”.
Rappresentanti più recenti di questa corrente sono Kailash Satyarthi, attivista indiano schierato contro il lavoro minorile a partire dal 1990, e insignito del Nobel
per la Pace nel 2014 per la lotta a favore dell’educazione e della salvaguardia dei bambini e Abhijit Vinayak Banerjee, premiato, insieme alla moglie Esther Duflo, col Nobel per l’economia nel 2019, per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale.
Il ruolo della cultura indiana
I vincitori indiani del Premio Nobel e della Medaglia Fields mettono in luce una dinamica significativa: se da un lato l’India è stata in grado di produrre personalità di straordinario valore, dall’altro la mancanza di infrastrutture di ricerca avanzate, per gran parte del XX secolo, ha spinto molti di loro a emigrare all’estero per poter mettere a frutto il proprio talento. Tuttavia, indipendentemente dalla cittadinanza, il loro patrimonio culturale e intellettuale ha giocato un ruolo chiave nel loro pensiero creativo e nella loro dedizione alla conoscenza, oltre che nell’identificazione degli obiettivi specifici di alcune ricerche. Essi rappresentano un ponte tra la saggezza tradizionale indiana e l’innovazione scientifica globale.
Oggi l’enorme accelerazione della ricerca scientifica in India, certificata da numeri impressionanti (che trovate nel bell’articolo di Sandro Iannaccone su questo sito) e dall’avvio di una nuova “diaspora al contrario”, fa pensare a un cambio di paradigma anche per quanto riguarda la possibilità, per i ricercatori indiani, di svolgere ricerche di alto livello in patria. Senza però mai dimenticare le proprie radici culturali.
Una testimonianza eloquente della profonda influenza che la cultura indiana può esercitare su chi la vive in prima persona è offerta anche da Joseph Rudyard Kipling, nato a Bombay nel 1865 durante l’occupazione britannica. Molte sue opere risentono profondamente della sua origine e delle esperienze vissute in India durante l’infanzia. Kipling ottenne il premio Nobel per la letteratura a soli 41 anni (il più giovane di sempre e il primo inglese a vincere il Nobel per la Letteratura) nel 1907 per “Il libro della giungla”… e chissà che un po’ di questo premio non debba essere attribuito anche all’India!
Emilio Giovenale, fisico, ricercatore e divulgatore della scienza
























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